DISABILITÀ AL BUIO DEI GARANTI E IL POPOLO ABA – si VENITE allo SCOPERTO – NON SI AFFERMA NON TI POSSO AIUTARE . ( questo vale anche alla politica dei miei conoscenti ) ci sarà presto un posto dove ci scontriamo in pubblico! oramai siamo tutte e tutti contro le linee – solo fuffa” voto no per difendere la costituzione che mi ha difesa fino ad oggi !

LONTANI LA TRAVERSATA
Fondo

MI é CAPITOAO GIORNO ORSONO . siamo pronti per la Procura!

Non ti posso #aiutare.

È la frase più violenta che uno Stato possa pronunciare senza alzare la voce.

Non è un insulto, non è una #minaccia.

È peggio: è un ritiro. È lo Stato che si sfila, che arretra, che ti lascia solo mentre continua a parlare di diritti.

Gli #atti esistono, le carte pure. Gli avvocati anche.

Ma qui non siamo davanti a un problema tecnico: siamo davanti a una scelta politica travestita da #attesa. ( anche il SINDACO è stato avvisato ci stanno e-mail e pec)- poi le chiedono al mio avvocato!

C’è chi #rappresenta, chi garantisce, chi promette.

E poi c’è la realtà: famiglie ferme, bambini che crescono nel tempo che nessuno restituisce, diritti riconosciuti sulla carta e negati nella vita.

Non serve fare nomi.

Chi deve capire, capisce. Anche il più #sordo.

Io voto #NO.

Non per appartenenza, ma per difesa.

Difesa di una Costituzione che, almeno lei, non mi ha mai detto “non ti posso #aiutare”.

Perché quando le #istituzioni si fanno silenzio,

la democrazia non muore in piazza: muore nelle stanze dove si decide di non decidere.

E allora sì, la piazza torna.

Non come rabbia, ma come necessità.

Ed è da lì che bisogna ripartire.

Ecco i genitori #ABA… oggi 19 marzo 2026 festa – ma quale’!

DISABILITÀ AL BUIO DEI GARANTI E IL POPOLO ABA SOLI!

C’è un silenzio che pesa più delle parole. È il silenzio delle istituzioni quando dovrebbero parlare chiaro. È il silenzio dei servizi quando dovrebbero attivarsi. È il silenzio dei garanti quando dovrebbero garantire davvero.

Dentro questo silenzio vivono migliaia di famiglie. Madri e padri che ogni giorno combattono non contro la disabilità dei propri figli — che conoscono, accettano, affrontano — ma contro un sistema che si muove lento, disorganico, spesso assente. Un sistema che promette diritti e restituisce attese.

La parola che torna, sempre più spesso, è una: ABA.
Non una moda. Non una bandiera. Ma un approccio che rientra nei modelli scientifici riconosciuti per l’autismo e che, nei documenti ufficiali, nei livelli essenziali di assistenza, nelle linee guida nazionali, trova spazio e legittimità.

E allora la domanda non è più se esista.
La domanda è: perché non arriva?

Perché nei territori — dal Sud al Nord — si continua a raccontare alle famiglie che “non è previsto”, che “non è attivato”, che “bisogna arrangiarsi”?
Perché la presa in carico pubblica resta, troppo spesso, una formula scritta e non una realtà vissuta?

Il punto è qui. Non nelle dichiarazioni. Non nei convegni. Non nelle giornate simboliche che riempiono calendari e social. Il 2 aprile, il 3 dicembre, le luci blu, gli slogan sull’inclusione: tutto giusto, tutto necessario. Ma se dopo quelle date, per 365 giorni, le famiglie restano sole, allora siamo davanti a una rappresentazione, non a una politica.

E mentre il teatro va in scena, accade che:

  • le famiglie paghino di tasca propria ciò che dovrebbe essere garantito,
  • i bambini ricevano meno interventi di quelli necessari,
  • le scuole fatichino — o fingano — a integrare realmente,
  • i servizi territoriali non partano o funzionino a macchia di leopardo.

Questa non è una falla tecnica.
È una responsabilità politica.

Perché i diritti, quando non vengono resi effettivi, cessano di essere diritti e diventano privilegi. E nella disabilità questo passaggio è ancora più grave: significa stabilire, di fatto, che chi può pagare ha accesso, chi non può resta indietro.

In questo scenario nasce quello che possiamo chiamare il popolo ABA. Non un movimento ideologico, ma una comunità di famiglie, professionisti, educatori che chiedono una cosa semplice: coerenza tra ciò che è scritto e ciò che viene fatto.

Non chiedono favori.
Non chiedono scorciatoie.
Chiedono che ciò che è riconosciuto a livello scientifico e normativo diventi accessibile nei servizi pubblici, nei tempi giusti, nei modi adeguati.

E qui il ruolo dei garanti diventa centrale — o dovrebbe esserlo.
Perché un garante che non garantisce è una figura svuotata. Un nome, un ufficio, una presenza istituzionale che osserva ma non incide. E quando il controllo si riduce a forma, il sistema smette di correggersi e inizia a giustificarsi.

La verità è che la disabilità, in Italia, resta ancora troppo spesso sospesa tra due mondi: quello delle dichiarazioni avanzate e quello delle pratiche arretrate. Un Paese capace di produrre linee guida di alto livello e, allo stesso tempo, incapace di renderle operative in modo uniforme.

E allora il tema si allarga.
Non è più solo sanitario. Non è più solo educativo. È costituzionale.

Perché una Repubblica che non garantisce diritti essenziali ai più fragili incrina il proprio patto fondativo. E quando i diritti diventano diseguali da territorio a territorio, da famiglia a famiglia, non siamo davanti a un problema organizzativo: siamo davanti a una frattura.

In questo senso, ogni discussione politica che riguarda l’assetto dello Stato, i poteri, le competenze, non può essere separata dalla domanda fondamentale: chi garantisce davvero i diritti?

Se oggi, nel 2026, esistono ancora famiglie che non accedono alle terapie, che non trovano risposte, che vengono rimbalzate tra ASL, scuole e uffici, allora la questione non è teorica. È concreta. È quotidiana. È urgente.

E allora bisogna dirlo senza giri di parole:
la disabilità non è un business.
I diritti non sono a pagamento.
L’inclusione non è uno slogan.

Serve una presa di responsabilità netta.
Delle istituzioni.
Dei servizi sanitari.
Della scuola.
Dei garanti.

Serve dire alle famiglie la verità.
Serve attivare ciò che esiste.
Serve smettere di nascondersi dietro la burocrazia o dietro l’alibi delle competenze divise.

Perché ogni giorno perso è un giorno sottratto allo sviluppo di un bambino.
E su questo non ci sono decreti che tengano.

Il “popolo ABA” non è una protesta passeggera.
È il segnale di un Paese reale che chiede di essere ascoltato.
E che, se non trova risposta, prima o poi smette di credere.

E quando i cittadini smettono di credere che i diritti siano garantiti, la crisi non è più solo sociale.
Diventa democratica.

Ciro Scognamiglio
Direttore Lontani La Traversata
Uomo libero, tra i vicoli e la Costituzione

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