**GIUSTIZIA O APPARTENENZA?
DALLA GENESI ALLA COSTITUZIONE: CHI DECIDE COS’È GIUSTO**
LONTANI LA TRAVERSATA
#FondoNapoli Redazione PianuradiCiroScognamiglio17marzo2026
In Italia continuiamo a raccontarci una comoda illusione: che quando votiamo sulla giustizia stiamo compiendo un atto neutro, quasi morale. Non è così. Il referendum è, per sua natura, un atto politico, sempre, anche quando viene travestito da difesa della legalità o da battaglia di civiltà. La giustizia, invece, è un’altra cosa: è più antica, più dura, meno addomesticabile, e nasce nel momento in cui l’uomo si pone una domanda che non ha mai smesso di accompagnarlo, cioè chi decide cos’è giusto.
Se torniamo alla Genesi, a Caino e Abele, troviamo già tutto: conflitto, colpa, giudizio. Che sia storia o simbolo poco importa, è l’uomo che racconta sé stesso e prova a costruire una misura del male e della responsabilità. Da lì in poi la giustizia non sarà mai neutra, ma sempre interpretazione. I Greci la trasformano in pensiero: Platone la immagina come ordine, Aristotele la distingue tra distributiva e correttiva, e introduce un passaggio decisivo, perché la giustizia non è solo punire ma regolare i rapporti tra uomini. Roma la rende diritto, il cristianesimo aggiunge coscienza e perdono, Agostino e Tommaso ricordano che la legge, da sola, non basta se non è sostenuta da un ordine morale.
Con la modernità il quadro si spezza e si ricompone: Hobbes lega la giustizia al patto che evita la guerra di tutti contro tutti, Locke ai diritti individuali, Rousseau alla volontà generale, Kant alla dignità della persona, Hume e Mill all’utilità sociale, Marx smaschera il carattere non neutro della legge come possibile strumento di dominio. Il Novecento non chiude ma rilancia: Rawls parla di equità, Sen e Nussbaum riportano tutto alla vita concreta delle persone. Il risultato è uno solo: la giustizia non è mai stata innocente, è sempre stata una tensione tra potere e limite.
Dentro questo quadro si colloca il presente. Il confronto che stiamo vivendo non è tecnico, è politico nel senso più alto: da una parte si rivendicano autonomia, indipendenza, merito, capacità di riformare; dall’altra si denunciano rischi di delegittimazione e squilibri tra poteri. Non è un dettaglio, è una scelta di assetto dello Stato. Ed è qui che bisogna essere chiari: votare Sì o No non è un atto di giustizia in sé, è un atto politico dentro una democrazia costituzionale.
Il problema non è questo, il problema è quando il politico diventa tifo e si riduce tutto a schieramento, quando il cittadino smette di essere coscienza e diventa appartenenza, quando il pensiero viene sostituito dalla reazione. In questo passaggio la democrazia si indebolisce, perché non muore solo quando si impedisce il voto, ma anche quando si vota senza capire.
Noi siamo esseri che si raccontano razionali ma che spesso costruiscono narrazioni utili: ieri i miti, oggi gli slogan, domani altri strumenti. La tentazione resta identica, usare la legge per orientare il pensiero invece che usare il pensiero per dare limite alla legge. Per questo il gesto più difficile oggi è fermarsi e capire: cosa cambia davvero, cosa resta, quale equilibrio si modifica.
La democrazia non chiede fedeltà, chiede consapevolezza. Per questo si vota. Ma si vota sapendo.
Andate a votare, ma senza consegnare la vostra intelligenza a nessuno.
Ciro Scognamiglio
Lontani La Traversata
Fuoritempo – Quando la giustizia diventa appartenenza, smette di essere misura e diventa strumento.

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