L’UOMO DEL VICOLO E IL CIELO DELLE BOMBE
Antropologia della persona nell’anno 2026
Napoli – #plr07marzo2026
La domanda più antica dell’umanità non riguarda la tecnologia, né l’economia, né la politica. Riguarda l’uomo. Che uomo siamo diventati? Nel 2026 questa domanda ritorna con una forza particolare. La tecnica raggiunge livelli mai visti, la conoscenza si espande, ma la guerra continua a esistere. Un uomo del vicolo alza gli occhi al cielo. È un gesto antico quanto la specie umana. Un tempo avrebbe visto nuvole. Oggi vede aerei. E sa che alcuni di quegli aerei portano bombe. Da qui nasce questa riflessione.
Non nasce in una biblioteca universitaria, ma dentro una traiettoria di vita fatta di luoghi concreti: una scuola elementare, il mare attraversato dall’umanità migrante, il vicolo della città dove la vita si intreccia, la profondità della terra illuminata dalla tecnica e infine il cielo che non è più soltanto promessa ma anche minaccia.
Ogni antropologia della persona dovrebbe cominciare da un luogo elementare: la scuola. Non la scuola astratta dei programmi ministeriali, ma quella di terra, quella in cui un bambino impara prima di tutto ad avere un nome. La persona nasce quando qualcuno pronuncia quel nome e il mondo ti riconosce. Nel 1938 l’antropologo Marcel Mauss scrisse che la persona non è un dato naturale, ma una costruzione culturale. Una conquista storica. E tutte le conquiste della storia, se non vengono difese, possono essere perdute.
Il secondo luogo dell’antropologia umana è il mare. L’uomo non è una specie sedentaria: è una specie migrante. Le grandi rotte della storia, dalle traversate preistoriche dello stretto di Bering fino alle migrazioni contemporanee, raccontano sempre lo stesso movimento. Attraversare cambia l’uomo. Chi attraversa il mare non resta mai la stessa persona.
Poi c’è il vicolo. La modernità occidentale ha celebrato l’individuo autonomo, indipendente, autosufficiente. Ma chi vive nei vicoli delle città antiche sa che la persona non è mai veramente sola. Il vicolo è antropologia vivente. Qui la persona è relazione, memoria condivisa, presenza continua degli altri. L’antropologo Louis Dumont ricordava che l’individualismo è una costruzione culturale tipicamente occidentale. In molte culture la persona esiste solo dentro una rete di relazioni. Nel vicolo questo è evidente: nessuno è soltanto individuo, tutti sono parte di una comunità.
La modernità però non si limita a costruire città. Scende in profondità. Scava nella terra, illumina il sottosuolo, costruisce gallerie, metropolitane, infrastrutture. È il simbolo della potenza tecnica dell’uomo contemporaneo. L’umanità è capace di esplorare il cosmo e allo stesso tempo di perforare il cuore della terra. Ma ogni conquista tecnica apre una domanda inevitabile: la tecnica ci rende più potenti, ma ci rende anche più umani?
Infine il cielo. Per secoli il cielo è stato il luogo della speranza, della religione, della poesia. Oggi è anche lo spazio della guerra. Aerei, droni, missili attraversano lo stesso cielo che un tempo era soltanto promessa. L’uomo contemporaneo vive dentro questa contraddizione: la civiltà più avanzata della storia e la persistenza della distruzione.
È qui che torna la riflessione di Bauman. Nella modernità liquida tutto accelera. Relazioni, comunicazioni, decisioni. Gli uomini corrono. Corrono per non restare indietro, corrono per non fermarsi a pensare. Ma correre non significa arrivare da qualche parte. Molto spesso significa soltanto allontanarsi da se stessi. E mentre corriamo perdiamo la vicinorietà, la prossimità umana che rende possibile la comunità.
Se la persona è una conquista della civiltà, come sosteneva Mauss, allora non è garantita per sempre. Può essere difesa oppure dimenticata. Il mondo del 2026 vive dentro questa tensione continua tra progresso tecnico e fragilità umana. L’uomo del vicolo lo percepisce prima di molti altri, perché vive dentro la realtà quotidiana, non dentro le astrazioni.
Questo saggio nasce da una pittografia composta da cinque immagini: la scuola, il mare, il vicolo, la terra e il cielo. Cinque luoghi che raccontano una stessa traiettoria: la storia dell’uomo mentre attraversa il mondo. L’antropologia non è soltanto lo studio delle culture; è lo studio dell’umanità mentre cerca di capire chi è. E oggi la domanda resta aperta: saremo ancora capaci di difendere l’idea di persona?
Fuoritempo
L’uomo ha costruito macchine capaci di attraversare il cielo.
Ma non ha ancora imparato ad attraversare se stesso.
Quando il cielo si riempie di aerei armati,
non è la tecnica che fallisce.
È l’uomo che dimentica di essere persona.
Ciro Scognamiglio
’o professore del Decumano Minore
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