LONTANI LA TRAVERSATA

SANREMO È DIVENTATO VITA 26 febbraio 2026

Antropologia del diverso in una società liquida

Nove milioni davanti alla televisione.
Tre milioni in meno rispetto al 2025.

Il dato non è solo Auditel. È antropologia sociale.

Sanremo 2026 si è perso?
Sì.
Secondo la mia visione, si è perso perché è diventato vita.

E la vita, oggi, pesa.

Viviamo in una società liquida, fragile, identitaria ma incapace di comprendere l’io dell’altro. Il palco dell’Ariston ha provato un salto: non più evasione, ma rappresentazione del reale. Non solo corpi da osservare, ma corpi che pensano.

Quando lo spettacolo diventa specchio, una parte del pubblico cambia canale.

Carlo Conti porta sulle spalle un carico mentale che è biografia prima ancora che televisione. Cresciuto solo con la madre, segnato dalla mancanza, educato alla responsabilità. La scena domestica di lui che scende le scale e chiede alla moglie se il bambino dorme non è folklore: è memoria di fragilità trasformata in cura. Chi nasce dalla mancanza riconosce la differenza. Sa che rappresentarla è necessario. Ma non sempre sa come raccontarla a un Paese che preferisce non ascoltare.

Sanremo quest’anno ha tentato di mettere il diverso al centro. Non come eccezione, ma come normalità.

Rossella R., commercialista di Portici, assurta a simbolo di pensiero prima ancora che di corpo. Non è la fisicità a dominare il palco, ma la postura culturale. L’idea che un giorno possa presentarlo lei, quel Festival, non è provocazione. È evoluzione possibile.

Lillo, con la sua fisiognomica mutevole, ha disarmato l’identità rigida. Maschera che svela la maschera. Teatro nel teatro. Il maschile che accetta la propria fragilità.

ANFAS non è stata presenza ornamentale. È stata affermazione di esistenza. Il dono non è stato fatto a loro. È stato fatto al pubblico. Perché il mondo reale non è composto solo da idee astratte. È fatto di corpi che portano idee. Ma la società contemporanea continua a cercare corpi senza pensiero.

Qui sta la frattura.

Marcel Mauss insegna che il corpo è tecnica culturale. Michel Foucault lo vede come nodo di potere e sapere. Il teatro contemporaneo parla di “teatro del corpo”. Sanremo ha provato a rendere visibile questa filosofia: il corpo come luogo del pensiero.

Intanto il mondo è in guerra.

Gaza brucia. L’Europa è attraversata da tensioni profonde. Le canzoni non possono essere solo intrattenimento. Devono essere testo, posizione, responsabilità. Ermal Meta porta dentro la scrittura il dolore dei conflitti. Dito nella Piaga scava nelle contraddizioni contemporanee. Le parole non sono leggere. Sono scelte.

Forse tre milioni si sono persi anche per questo.
Perché il Festival ha smesso di essere evasione ed è diventato interrogazione.

In un mondo altro, forse si poteva osare ancora di più. Aprire a più aree simboliche. Dare spazio anche al sogno di un ottantaduenne che ha attraversato la musica italiana con la sua “nera sol”, memoria viva di un Paese che non vuole invecchiare senza coscienza. Contemplare i testi. Leggerli. Metterli al centro.

Sanremo è diventato vita.

E la vita, quando non è filtrata, divide.

Il diverso che racconta la diversità non consola.
Scomoda.

La società liquida non regge la solidità dello specchio. Non è pronta a comprendere l’io dell’altro.

Ma lì sta il salto evolutivo.

Non nei corpi che sfilano.
Ma nelle idee che quei corpi contengono.

“La vita nelle nostre mani” non è scenografia.
È responsabilità collettiva.

Sanremo 2026 non si è perso perché debole.
Si è perso perché reale.

E il reale fa selezione.

FUORITEMPO

Sanremo non ha perso pubblico.
Ha perso chi non era pronto a guardarsi dentro.

Prof. Ciro Scognamiglio
Giornalista di Strada
DPFOTO CS99 @2026

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