LONTANI LA TRAVERSATA
CHE MONDO VIVIAMO?
Fondo di Prof. Ciro Scognamiglio – Giornalista di Strada
La circonferenza della Terra misura circa 40.075 chilometri.
Se vogliamo comprendere il tempo che attraversiamo, dobbiamo immaginarlo così: non un punto isolato, non un fatto singolo, ma una sfera intera da osservare con un grandangolo.
I bordi devono essere chiari. Solo dai margini si arriva al centro.
Non possiamo scegliere una sola notizia e farne verità assoluta. Viviamo in un sistema di fatti correlati. È una fotografia complessiva.
Dalla periferia al potere
Partiamo da un episodio di cronaca: uno scontro tra forze dell’ordine e un pusher in un quartiere difficile. Le reazioni si dividono immediatamente. Difesa incondizionata da una parte. Condanna sistemica dall’altra.
Ma la domanda seria non è “chi ha ragione?”.
La domanda è: perché in certi territori lo spaccio diventa struttura stabile per anni?
Se lo Stato arriva solo quando esplode l’emergenza, se mancano uomini, mezzi, prevenzione, scuola, lavoro, allora non siamo davanti a un fatto isolato. Siamo davanti a una catena di responsabilità interrotte.
Un generale dei Carabinieri ha ricordato che mancano migliaia di unità. È un dato tecnico. Ma dietro quel numero c’è una scelta politica: investire nella presenza costante o limitarsi alla gestione del conflitto.
Quando lo Stato si presenta solo nel momento dello scontro, perde credibilità educativa.
Il mondo in tensione permanente
Allarghiamo l’obiettivo.
In alcune aree del pianeta l’eliminazione di un capo criminale non chiude il conflitto: lo frammenta.
Le potenze parlano di deterrenza nucleare come strumento di equilibrio.
Le diplomazie oscillano tra pressione strategica e consenso interno.
Intanto il cittadino, il ragazzo che cresce tra social e periferia, cosa vede?
Vede conflitto continuo.
Vede propaganda.
Vede adulti che trasformano ogni decisione in battaglia identitaria.
Ogni governo rivendica sicurezza.
Ogni opposizione denuncia abuso.
Ma il linguaggio si irrigidisce e le istituzioni si delegittimano reciprocamente.
Quando il conflitto diventa metodo, la democrazia si indebolisce.
Giustizia: parola antica, uso moderno
La giustizia non nasce nei talk show. È una categoria antropologica.
Esiste da quando l’uomo ha iniziato a vivere in comunità.
Si possono criticare le sentenze. È legittimo.
Ma trasformare ogni decisione giudiziaria in arma politica produce sfiducia sistemica.
Le riforme della giustizia, il rapporto tra politica e magistratura, l’autonomia delle istituzioni: tutto è terreno di confronto legittimo.
Ma se la giustizia diventa narrazione e non pratica, resta solo slogan.
La giustizia non si grida. Si esercita.
Il nodo culturale: il limite
Viviamo in un tempo in cui il limite è percepito come ostacolo.
La forza viene scambiata per autorità.
Il dissenso viene trasformato in nemico.
Dentro questo scenario emergono le forme più gravi della devianza: traffici, sfruttamento, pedofilia, criminalità organizzata. Non sono soltanto reati. Sono fratture antropologiche. Sono il punto in cui l’essere umano smette di riconoscere l’altro come persona.
Quando potere, denaro e perversione si intrecciano, la verità rischia di diventare rumore mediatico. Le vittime restano sullo sfondo, mentre il dibattito si polarizza.
Questo è il vero impoverimento morale.
Tre strade possibili
Davanti a questo quadro abbiamo tre opzioni:
- Rassegnazione – “È sempre stato così.”
- Disinteresse – “Non mi riguarda.”
- Responsabilità educativa – “Ripartiamo dai ragazzi.”
La prima paralizza.
La seconda corrode.
La terza costruisce.
Il fallimento non nasce solo dalla cattiva politica.
Nasce dalla distribuzione del non-valore, dall’assenza di educazione al limite, alla parola data, alla coerenza.
Se un giovane cresce vedendo adulti che gridano giustizia ma praticano interesse, imparerà l’interesse.
Se cresce vedendo conflitto permanente, imparerà conflitto.
Se cresce vedendo equilibrio, autocritica e responsabilità, imparerà cittadinanza.
Conclusione
In che mondo viviamo?
Viviamo in un mondo fragile, attraversato da tensioni globali e crisi locali, in cui la propaganda spesso precede la riflessione.
Ma non è un mondo inevitabilmente perduto.
La storia non è scritta soltanto dai governi o dai poteri economici. È scritta dalle comunità che scelgono di non diventare specchio della violenza che criticano.
Se vogliamo spiegare ai ragazzi cosa sta accadendo, dobbiamo usare il grandangolo.
Guardare i bordi della sfera.
Comprendere l’intero per non essere travolti dal frammento.
La vera domanda non è “che mondo viviamo?”.
La vera domanda è:
che uomini vogliamo essere dentro questi 40.075 chilometri di responsabilità condivisa?
E questa risposta non la scrivono i decreti.
La scriviamo noi, ogni giorno.
FUORITEMPO.
Interrogarsi ogni giorno, mentre il rumore corre più veloce del pensiero.
Non restare prigionieri dell’istante, ma cercare il senso oltre la propaganda.
E ricordare, anche quando tutto sembra fermo:
E pur si muove.
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