LONTANI LA TRAVERSATA
di Ciro Scognamiglio 20 febbraio 2026
La rassegna stampa di oggi non consola. I fronti sono separati da bandiere ideologiche che non riparano il Paese ma lo dividono, e alle parole del Presidente della Repubblica rivolte al Consiglio Superiore della Magistratura si è risposto non con misura ma con dichiarazioni taglienti, posture da trincea, sospetti che alimentano altro sospetto. La sua presenza avrebbe dovuto riequilibrare i toni. Invece qualcuno sembra voler trascinare tutto in una lotta nel fango.
“Lotta nel fango” non è un’espressione colorita. È una diagnosi morale. Il fango è terreno instabile: chi vi combatte scivola, perde postura, si sporca. È il luogo dove l’argomento lascia spazio all’insinuazione, dove l’idea si trasforma in etichetta, dove l’avversario diventa nemico. Non è conflitto alto, è conflitto regressivo. È la caverna di Platone: si combatte per le ombre credendo di difendere la luce.
Mi sembra una lotta per la risorsa. Potere come bene scarso, uomo contro uomo, non tesi contro tesi. E quando chi richiama al limite istituzionale viene ignorato, è come se si smontasse la leva del freno. In una democrazia questo è un passaggio delicato: non perché non si possa dissentire, ma perché il dissenso non può diventare delegittimazione.
La memoria civile ci insegna che dopo ogni stagione di tensione molti riscrivono la propria storia. Nel 1945, finita la guerra, improvvisamente erano quasi tutti altrove rispetto a dove erano stati. Non è accusa, è antropologia politica. Le bandiere cambiano, le responsabilità restano. Il rischio è gridare oggi e negare domani.
Il conflitto è legittimo. Senza conflitto non c’è democrazia.
Il fango non è legittimo. Se per vincere devo sporcare, ho già perso.
Le bandiere servono a orientarsi, non a coprire gli occhi.
Non ho paura delle idee diverse. Ho paura delle mezze parole, delle allusioni, delle frasi che sottintendono senza dire. Da lì nasce il sospetto. E dal sospetto continuo nasce la sfiducia. Per insegnare a ragionare bisogna essere liberi. Liberi anche di dissentire senza distruggere. Liberi di parlare chiaro senza trasformare le parole in armi.
Io ci sto. È aperto il dibattito. Facciamo lo sforzo di trasformare questa ipotesi in una tesi, anche prendendo strade diverse. Ma con una condizione semplice e radicale: che alla fine ci si possa sedere allo stesso tavolo, pranzare insieme, guardarci negli occhi e capire cosa sta accadendo davvero. Capire se siamo cambiati oppure se è tutta una finta.
Il Paese non è un ring. È una casa.
E in una casa, prima o poi, si torna a tavola insieme.

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