IL MIO “NI” CONTRO IL SILENZIO DEI POPOLI: MEMORIA, GUERRA, GIUSTIZIA E LA COSCIENZA CHE NON SI VENDE
di Ciro Scognamiglio, dicasi uomo libero, non liberale, senza bandiere perché studia storia, filosofia ed etica antropologica da quarant’anni, figlio di Mario e di padri illustri che non hanno chiesto appartenenza ma responsabilità.
Non scrivo per vendere carta, non scrivo per occupare un talk show, non scrivo per ottenere consenso; le mie piastrine si sono stabilizzate, la linfangite va a guarigione, la gamba sinistra regge, il cappello lo porto sempre perché difendo il cervello, e il cervello difende la memoria, e la memoria, quando nasce dai campi di sterminio e dall’odore acre dell’umanità ridotta a numero, non permette scorciatoie né slogan né semplificazioni binarie tra sì e no, tra bene e male dichiarato, tra appartenenze che rassicurano e coscienze che inquietano. Nei campi non vinsero soltanto i carnefici, vinse la non-scelta dei popoli silenti, vinse la normalizzazione del sistema, vinse la burocrazia che funzionava mentre l’orrore cresceva, vinsero uomini colti che separarono il sapere dalla responsabilità, e quando oggi mi chiedono di scegliere in fretta, di allinearmi, di gridare, io sento il peso di quella memoria che mi impedisce di diventare tifoso della storia.
Metto i nomi sul tavolo perché la politica è fatta di simboli prima ancora che di voti: Antonio Di Pietro ha rappresentato la stagione in cui la giustizia diventò redenzione pubblica, la stagione di Mani Pulite in cui sembrò che l’aula giudiziaria potesse purificare la Repubblica e il magistrato diventasse interprete morale del popolo; Mario Monti ha incarnato la tecnica come argine, la competenza come salvezza in tempi di crisi, la sospensione del giudizio come metodo razionale; Giorgia Meloni rappresenta la legittimazione diretta, la sovranità che rivendica radice popolare, la forza elettiva che chiede di governare senza mediazioni tecnocratiche; Clemente Mastella è il volto della politica come equilibrio, come mestiere antico, come capacità di stare dentro le pieghe del Parlamento e di sopravvivere ai mutamenti; e poi ci sono io, Ciro Scognamiglio, con il mio NI non previsto sulla scheda ma inciso nella coscienza, NI che non è indecisione ma rifiuto della superficialità, NI che nasce dalla memoria dei campi e dalla paura che il silenzio torni a vincere.
Il referendum sulla giustizia mi interroga perché conosco la storia delle funzioni pretoriali, conosco il tempo in cui il pretore indagava e giudicava nello stesso perimetro territoriale, conosco la riforma che ha separato le funzioni inquirenti da quelle giudicanti per garantire terzietà e autonomia dal potere politico, conosco la scelta dei Padri costituenti di mantenere pubblico ministero e giudice dentro lo stesso ordine per evitare che il governo potesse piegare l’azione penale alla convenienza del momento, e quando parlo ai ragazzi non posso liquidare tutto con una formula da social, devo spiegare che la democrazia è equilibrio fragile tra poteri, che la giustizia non è vendetta e non è persecuzione, che l’autonomia è stata conquistata per impedire che la politica inquisisse i cittadini, ma devo anche riconoscere che il sistema attuale vive dentro una mediatizzazione permanente che i costituenti non potevano immaginare, e allora il mio NI diventa spazio di studio, di approfondimento, di onestà intellettuale.
Intanto l’Europa che doveva nascere dalla promessa di pace sembra incapace di parlare un linguaggio univoco quando la guerra bussa alle sue frontiere, e sento dichiarazioni che invocano la dignità della sconfitta, e mi domando quale dignità stiamo difendendo, se quella dell’appartenenza a un blocco o quella della fedeltà all’idea di pace che ha fondato l’Unione, e mi torna in mente che nei campi l’orrore fu possibile perché la coscienza collettiva si abituò alla normalità del male, e non voglio che i ragazzi imparino ad abituarsi alla guerra come se fosse inevitabile, non voglio che la geopolitica diventi una nuova anestesia morale.
Ho avuto un professore di fisica che viveva tra elettroni e formule, conosceva il tram che passava davanti al giornale in sciopero ma non conosceva lo sciopero, non per cattiveria ma per concentrazione, e quella scena mi ha insegnato che la scienza può essere neutra solo in apparenza, che il sapere senza interrogazione etica rischia di diventare complice del sistema, e allora ricordo le parole di Albert Einstein quando ammoniva che “la scienza senza religione è zoppa, la religione senza scienza è cieca”, frase che non è teologia ma invito a unire conoscenza e responsabilità, e penso a Plotino che parlava dell’Uno come principio che ordina e dà senso, e capisco che senza un principio etico superiore il molteplice si frantuma in interessi, in appartenenze, in tifoserie.
Non porto bandiere perché la bandiera copre talvolta la complessità, non sono liberale per etichetta né conservatore per reazione, sono uomo libero che studia e che si assume il peso della memoria, figlio di Mario che mi ha insegnato che vivere per servire è più alto che servire per vivere, e quando entro nelle scuole e vedo negli occhi dei ragazzi l’attesa di un vecchio diversamente giovane che racconti una direzione, io non posso tradire quell’attesa con uno slogan, devo offrire strumenti, devo dire che scegliere è dovere ma che scegliere senza capire è pericolo, devo dire che la non-scelta nei momenti cruciali della storia è già una scelta che favorisce il sistema più forte.
Il mio NI è un ponte tra memoria e futuro, tra storia e attualità, tra scienza e coscienza, tra giustizia e politica, non è neutralità ma responsabilità, non è paura ma rispetto per la complessità, non è silenzio ma rifiuto del frastuono, e se qualcuno vuole capire capisca leggendo e studiando, perché la democrazia non si salva con l’urlo ma con la coscienza vigile, e se devo sbagliare preferisco sbagliare pensando piuttosto che avere ragione senza aver interrogato la storia, perché nei campi vinse anche il silenzio e io non voglio essere parte di un nuovo silenzio europeo, né giudiziario, né politico, né scientifico, ma parte di una memoria che interroga, che inquieta e che chiede a ogni generazione di non consegnarsi all’abitudine del male.
FUORITEMPO – :- memoria che interroga, che inquieta e che chiede … non consegnarsi all’abitudine del male:-!

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