LONTANI LA TRAVERSATA – FONDO DEL 27 GENNAIO 2026

UNA PORTA CHE CONTINUA AD APRIRSI – 1945/2026

di Ciro Scognamiglio

Perché il Giorno della Memoria, per noi, è tutti i giorni di pace e amore

Il 27 gennaio non è una ricorrenza, ma un ritorno. Non è un rito, ma un varco che continuando ad aprirsi ci costringe a guardare dentro di noi e dentro gli abissi che l’umanità ha attraversato. Per me questo giorno non è mai stato un capitolo di storia: è una carne viva. È la voce di mio padre Mario, sopravvissuto ai campi perché disse in tedesco: “Ich kann schrauben, ich kann alles reparieren”, io so fare il meccanico, so riparare tutto. Quelle parole lo strapparono alla fila della morte perché serviva a far partire un camion con il mitra alla tempia. Era la sopravvivenza ridotta a un gesto tecnico, una chiave inglese contro l’orrore.

Nel novembre del 2023, durante una visita a Birkenau, un sorvegliante lesse sul mio volto qualcosa che io stesso non sapevo più trattenere: rabbia, dolore, storia. Mi lasciò solo in una baracca. E lì mio padre si è fatto presente. L’ho visto come nei suoi racconti: giovane, segnato, con lo sguardo di chi ha troppo freddo per avere paura. Mi disse: “Ciro, che ci fai qui? Torna a casa. Ti avevo detto di non entrare”. Volevo rispondergli, ma tutto si trasformò in fumo nero, quello che i poeti hanno cercato di nominare per settant’anni. Io sudavo come un bambino spaventato, fino alle punte delle dita dei piedi nella mia scarpa da zoppo, e gridavo: “Papà, torna a casa con me”. Lui svanì. Da allora torna solo di notte, tra le tre e le sei, quando la città tace e la memoria no. A volte si affaccia a una finestra invisibile e mi ripete: “Io ci sto. Tu ci sarai per gli altri”.

Il presente non è più semplice del passato. Oggi i popoli tornano a guardarsi con odio: da Gaza alle valli dove coloni accecati dalla rabbia aggrediscono persino i carabinieri. Il dolore, quando non trova un posto dove posarsi, diventa rancore. La pace è una parola che sembra d’altri tempi, quasi un oggetto smarrito. E io mi domando: dove starei io, zoppo e testardo, in queste scene? La risposta è questa: sto a Pianura, nel mio vicolo, con i miei guagliuni. Non sono lontano dalla Storia; ci sto dentro, come ci stiamo tutti.

Ricordo mio cugino Mena che rimase nascosto per amore delle ragazze che lo salvarono, e quell’amore clandestino generò famiglie che oggi vivono in Germania, solide, benestanti, figli della pietà e non dell’odio. Ricordo la donna che salvò mio padre e che un giorno si presentò alla porta di San Giorgio. Mia madre gridò: “Mario è mio, che vuoi? Ha figli!”. La donna fu respinta. Anche questo è Storia: fatta di carne, di gelosia, di paure, di gratitudine e confusione.

Oggi il Presidente Mattarella attraverserà cerimonie ordinate, scuole pronte, platee educate. Ma l’Italia vera è quella che incontro ogni giorno: un mappazzone di ragazzi buoni, confusi, fragili, senza una direzione certa. Ragazzi che avrebbero bisogno di qualcuno che dica loro: “Io ci sto. E tu ci sarai per gli altri”. A loro parlo oggi, non da un palco, ma dalla strada.

Sono passati ottantuno anni dalla liberazione del 1945. E oggi, alla stessa età, scrivo con la stessa necessità di allora, urlando dentro come nell’Urlo di Munch. La memoria non è un museo: è un debito. Io non sono sopravvissuto a mio padre, sono continuato attraverso di lui. Attraverso la sua voce, il suo meccanico tedesco, il suo fumo, il suo sguardo. E oggi, mentre ripeto “Papà, torna a casa”, so che ciò che porto ai miei ragazzi non è un racconto: è un testimone che non possiamo permetterci di lasciare cadere.

Shalom. Sempre.

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