**–: “E ALLORA?” :-

di Ciro Scognamiglio – Lontani La Traversata** 24 gennaio 2025

Negli ultimi giorni si è assistito a una scena mediatica che ha catturato l’attenzione molto più del dovuto: sorrisi, battute, complicità inattese tra leader politici che, nelle narrazioni ufficiali, dovrebbero appartenere a mondi opposti. È la rappresentazione leggera e disinvolta di una politica che ama mostrarsi, ma che spesso non spiega. E mentre l’Italia commenta le fotografie, la realtà geopolitica che scorre sotto questi gesti è ben più profonda e complessa.

La conclusione del World Economic Forum di Davos, definito da molti come l’edizione del “pragmatismo ansioso”, offre un quadro chiaro. Al di là della retorica e delle provocazioni quotidiane del presidente Trump, quello che sta avvenendo non è il caos, ma una ristrutturazione metodica del potere americano. L’ordine internazionale non viene distrutto: viene riconfigurato in una logica di realismo transazionale, dove nulla è garantito e tutto diventa negoziabile. L’egemonia americana non è più un “bene pubblico” globale, bensì un servizio con costi variabili, tarati sulla capacità dei Paesi di rispondere agli interessi economici e militari di Washington.

Il primo elemento di questo nuovo ordine è economico. Gli Stati Uniti hanno trasformato i dazi da leva tattica a infrastruttura permanente della politica estera. L’Amministrazione Trump considera i surplus commerciali persistenti, come quelli di Germania e Italia, non come segni di competitività, ma come minacce potenziali alla sicurezza nazionale americana. L’Europa ha scoperto a Davos che l’accesso al mercato statunitense non è un diritto acquisito: è una concessione che va rinegoziata continuamente, dimostrando di non danneggiare la manifattura interna degli Stati Uniti. È il ribaltamento della vecchia distinzione tra rivale economico e alleato politico.

Il secondo pilastro è amministrativo. Con la cosiddetta “Schedule F”, la burocrazia federale americana è stata profondamente modificata. Migliaia di funzionari sono stati riclassificati, indebolendo quella rete burocratica che garantiva la continuità tra le amministrazioni e agiva da freno agli sbalzi politici della Casa Bianca. Il risultato è una diplomazia a doppio binario: da un lato gli apparati istituzionali continuano a operare, dall’altro dossier fondamentali vengono affidati a figure esterne prive di mandato formale. Le cancellerie europee devono ora confrontarsi con un interlocutore meno prevedibile e più sensibile alle dinamiche interne della West Wing.

Il terzo pilastro è la sicurezza. Il Vertice Nato dell’Aja del 2025 ha introdotto una trasformazione anche simbolica. L’impegno al 5% del Pil per la spesa militare, da raggiungere entro il 2035, ha generato una divisione non ufficiale all’interno dell’Alleanza. Ci sono Paesi considerati “virtuosi”, come Polonia o Regno Unito, che godono di un canale privilegiato con Washington grazie agli investimenti militari e alle commesse per l’industria americana; e ci sono Stati, tra cui alcuni dell’Europa mediterranea, che faticano ad adeguarsi e rischiano una posizione più incerta. La garanzia dell’ombrello americano non scompare, ma diventa condizionata.

In questo contesto, l’Italia è chiamata a ridefinire la propria postura internazionale. Non basta più richiamarsi alla fedeltà storica all’Alleanza Atlantica. È necessario proporre agli Stati Uniti un contributo concreto e utile ai loro interessi strategici. Il settore della cantieristica, ad esempio, può offrire capacità industriali che gli Stati Uniti oggi non hanno. Moduli per fregate, radar, tecnologie avanzate: mettere a disposizione competenze e capacità produttive significa entrare nella supply chain del Pentagono, garantendo al Paese una forma di protezione economica e politica.

Accanto alla dimensione industriale, l’Italia deve rivedere la propria presenza nel Mediterraneo. Il governo americano mostra scarso interesse per interventi umanitari, ma grande attenzione alla sicurezza dei cavi sottomarini, delle infrastrutture digitali e delle vie energetiche. Il cosiddetto “Piano Mattei” può diventare, in questa prospettiva, un servizio strategico offerto all’Europa e agli Stati Uniti: protezione fisica del cloud e dei gasdotti, un’azione che produce valore geopolitico immediato.

Infine, c’è il piano politico-elettorale. Con la diplomazia tradizionale indebolita, diventa fondamentale attivare una diplomazia parallela attraverso le imprese italiane presenti negli Stati americani più influenti dal punto di vista elettorale: Ohio, Texas, Alabama, Pennsylvania. Presentarsi alla Casa Bianca con una doppia voce – quella dell’ambasciatore e quella del CEO che garantisce migliaia di posti di lavoro – significa parlare il linguaggio che oggi viene ascoltato.

Resta però una domanda, semplice e diretta: e allora? Cosa significa tutto ciò per il cittadino, per il giovane che studia, per chi lavora e osserva da lontano i movimenti dei grandi? Significa che viviamo in un mondo dove le relazioni internazionali somigliano sempre più a un mercato e sempre meno a una comunità. Gli Stati non dialogano: negoziano. Nulla è scontato. Tutto ha un prezzo.

Il compito dell’Italia, oggi, è non limitarsi a commentare le immagini o i sorrisi. È comprendere la direzione del cambiamento e posizionarsi in modo attivo, evitando l’irrilevanza e costruendo un ruolo riconoscibile. Perché il mondo corre veloce e la politica-spettacolo non basta più. Serve sostanza. Serve visione. Serve una rotta chiara in un tempo in cui il rumore rischia di coprire la realtà.

 #FUORITEMPO : limitarsi – commentare – immagini – sorrisi – comprendere –  posizionarsi visione –  rotta- rumore = E ALLORA !?

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