Uomini del Mondo: l’incontro che viene dalle periferie buone
Tra Pianura, Chianura e Decumano Minore la storia di un medico e di un cronista che servono, senza rumore, la loro comunità.
di Ciro Scognamiglio 2026 gennaio 24 ( voi che leggete )
In un tempo in cui tutto sembra gridare, ci sono incontri che invece accadono in silenzio.
Non entrano nelle cronache politiche, non cercano palcoscenici, non aspirano a medaglie.
Eppure sono proprio questi incontri – discreti, quotidiani, periferici – che raccontano la parte migliore di una città.
Uno di questi porta i nomi di Antonio Longobardo, medico di base del Villaggio di Pianura e Chianura, e dello scrivente, uomo del Decumano Minore, giornalista di strada e già preside. Due esistenze diverse, ma unite dalla stessa lingua: la lingua dell’incontro.
Un medico dal passo giusto
Il profilo di Antonio Longobardo, così come appare sul suo frontespizio pubblico, recita:
«Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero».
Un motto latino, ma soprattutto un modo di vivere.
Chi lo incontra nei vicoli della Nona Municipalità – Pianura, Chianura, Soccavo, quella “Recanati del Sud” che si racconta da sola – lo riconosce subito: passo lungo, poche parole, nessuna polemica.
Antonio è uno che serve, non uno che appare.
Nella sua pratica di medico di base non c’è esibizione, ma presenza.
Non cerca la platea, ma la soglia delle case.
È di quella generazione che considera ancora la visita domiciliare come un atto di dignità, non come un peso.
L’iconografia dei due spazzini
Il nostro primo incontro “narrativo” fu una pittografia: io e lui rappresentati come due spazzini del villaggio.
Un’immagine simbolica che valeva più di mille aggettivi:
raccogliere ciò che altri scartano, custodire le fragilità, trasformare i margini in dignità.
Da quel momento compresevo sempre più il valore di chi, come Antonio, porta sulle spalle la vita degli altri senza mai lamentarsi.
Un uomo di servizio, non di discussione.
«I diversamente giovani si vanno a cercare a casa»
In un nostro recente colloquio, Antonio mi ha detto una frase che sintetizza la sua etica:
«Professore, i diversamente giovani si vanno a cercare a casa.»
Non è retorica.
È un programma di comunità.
Le fragilità non si convocano: si raggiungono.
E chi ha bisogno non deve bussare – deve essere trovato.
Niente polemiche, niente arene: solo tempo e servizio
Chi lo conosce lo sa:
quando l’aria si avvelena, quando il confronto si trasforma in lite,
Antonio semplicemente non resta.
Non è uomo che spreca fiato.
La sua misura è il servizio, non il tifo.
Per questo, alle assisi rumorose dove il pensiero libero non trova spazio, preferisce il silenzio della strada, dove le persone reali vivono e chiedono cura.
Teatro, libertà e comunità
È in questo clima che arriva il 2026 e arriva anche un invito speciale:
“Professore, vieni a teatro.”
Antonio mi chiama per assistere allo spettacolo “Nei Giorni della Libertà”,
della Compagnia Amatoriale L’Altra Scena, diretta da Vincenzo Russo,
in scena al Teatro il Piccolo del Dopolavoro ferroviario di Piazzale Tecchio.
Accetto.
Rispondo presente.
Perché nulla è più coerente di due uomini nati per servire la vita
che ritrovano la propria storia dentro un dramma storico-musicale
dedicato alla libertà.
Pianura, Chianura, Decumano Minore – geografie che diventano persone
La nostra amicizia nasce e cresce nelle strade di una municipalità che è metropoli senza metropolita, come direbbe il monello.
Strade che non offrono scenografie, ma volti.
Strade dove la parola “comunità” esiste ancora perché qualcuno la vive senza proclamarla.
E nella quotidianità dei villaggi – nel passo di chi ascolta prima di parlare – si comprende che l’identità di un territorio non sta nelle opere incompiute o nei confini amministrativi, ma nelle persone che lo abitano.
Il titolo di questa storia
Se questa fosse la prima pagina di un giornale, avrebbe un titolo semplice e vero:
I FATTI DELLA VITA
Visti da due uomini del villaggio: un medico e un cronista.
Fatti che non fanno rumore.
Fatti che cambiano il mondo un passo alla volta.
#FUORITEMPO DICE #ANTONIO #LONGOBARDO ( nella sua citazione nel testo ): “Mentre parliamo, l’età dell’invidia è fuggita: cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel futuro.”



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