–: 22 gennaio 2026 :- Buongiorno

La notte porta consigli. A volte anche inquietudini.
Queste riflessioni sono nate tra le 3 e le 5 del mattino, mentre preparavo la lezione e l’articolo.
Ragazzi, studiamo insieme: non solo i libri, ma anche le parole che un adulto vi consegna quando sente che il Paese sta cambiando troppo in fretta.
Sono appunti di strada, di scuola e di responsabilità.
Leggeteli: sono per voi.

POI PARLEREMO DEL 27 gennaio del 1945 questo fra giorni – parto e torno il 23p.v.

ALLENATORI ALLA VITA

Art. 11 della Costituzione, coltelli, “borden” e il posto dei nostri ragazzi nel mondo reale

di Ciro Scognamiglio – Direttore di “Lontani la Traversata”

La scuola italiana è diventata, suo malgrado, il luogo dove si incrociano le fragilità del Paese: aggressività crescente, gruppi che si trasformano in branco, episodi improvvisi di violenza e l’ipotesi – ormai ricorrente – di trasformare gli ingressi in varchi con metal detector, come certe scuole americane dove le armi accompagnano ogni corridoio.
È accaduto a La Spezia, accade a Napoli, accade ormai ovunque. La cronaca ci attraversa, ma la domanda resta sospesa come un gesso sulla lavagna: dove stanno i nostri ragazzi, oggi, nel mondo reale?

Per rispondere bisogna tornare al centro della nostra identità democratica: l’Articolo 11 della Costituzione, il più avanzato e insieme il più frainteso.
«L’Italia ripudia la guerra…».
Ripudia la forza come soluzione, ripudia l’offesa, ripudia la tentazione antica del più forte.
E “consente”, invece, alle limitazioni di sovranità purché portino pace e giustizia tra le Nazioni.
Un articolo che parla di geopolitica, certo.
Ma parla soprattutto di educazione, di convivenza, di conflitti che si risolvono prima che esplodano.

Intanto il mondo discute di un nuovo equilibrio internazionale: il famoso “borden”, la proposta americana – versione Trump – di creare un organismo parallelo all’ONU, una sorta di consesso “a pagamento” tra Paesi selezionati. La Presidente del Consiglio Meloni ha chiesto un passaggio al Quirinale. Prima ancora è intervenuto il Cardinale Pietro Parolin, voce autorevole del Vaticano, ricordando che ogni eventuale adesione italiana va valutata non solo sul piano diplomatico, ma alla luce dell’Articolo 11: pace, cooperazione, non violazione dei principi fondativi.
Perché la storia, quando torna, non bussa: entra.
E da qui a Colombo 1492 il passo è breve: ogni potenza che ridisegna il mondo ridisegna anche noi.

Ma mentre le grandi potenze discutono, il mondo dei più giovani si incrina sotto i nostri occhi.
Il professor Alberto Pellai, medico psicoterapeuta tra i massimi esperti dell’età evolutiva, lo ha detto chiaramente:
il metal detector è la fine della catena educativa.
Se arriva, significa che tutto ciò che doveva accadere prima… non è accaduto.

La scuola – continua Pellai – non può essere trasformata in un presidio, né in un varco militare.
La scuola è, o dovrebbe essere, un villaggio educante.
E un villaggio vive di relazioni che tengono, di adulti che ascoltano, di limiti che hanno un senso e che non vengono imposti come barriere, ma spiegati come ponti.

Oggi molte competenze socio-relazionali si sono dissolte.
La convivenza non è più cooperazione, ma agonismo.
La squadra non è più comunità, ma branco.
La regola non è un patto, ma una punizione.
E i ragazzi – privati di un posto nel mondo reale – si rifugiano nel virtuale, dove l’angoscia cresce e non trova adulti pronti a disinnescarla.

Da qui ai coltelli, il passo è breve.
Basta un attimo di rabbia, un frammento di identità ferita, un branco che applaude e si sente forte.
E allora il sistema invoca il metal detector.
Ma nessun metal detector ha mai insegnato:

  • a gestire la frustrazione,
  • a leggere un’espressione,
  • a trasformare un gruppo in squadra,
  • a sostituire il coltello con la parola.

Questo lo fanno gli adulti veri, non gli adulti burocratici.
Lo fa una comunità educante, non un varco elettronico.

E mentre ricordiamo che l’IPSIA Bagnoli del 1977 e quello di oggi sono due universi diversi, non per nostalgia ma per antropologia sociale, dobbiamo riconoscere che i ragazzi di oggi – iperconnessi, iperesposti, ipervulnerabili – hanno più bisogno di allenatori alla vita che di controllori di zaini.
La fragilità non è un reato.
È un grido che chiede presenza adulta.

La domanda vera, allora, non è:
“Serve il metal detector?”
La domanda vera è:
“Come torniamo ad essere allenatori alla vita?”

La Costituzione ripudia la guerra.
La scuola ripudia la paura.
E noi adulti – genitori, docenti, dirigenti, cittadini – abbiamo il dovere di ricomporre la frattura, restituendo ai ragazzi ciò che hanno perso: un posto nel mondo reale, fatto di relazioni stabili e di limiti che salvano.

La pace non nasce nei palazzi del potere.
Nasce nelle aule.
Tra un banco e una lavagna.
In quel fragile punto in cui un ragazzo decide se diventare studente… o spettatore della propria vita.

Dal mio Decumano Minore, lo sguardo resta sulla scuola.
La prima casa dei nostri figli.

Ciro Scognamiglio
Direttore – Lontani la Traversata

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