L’ANTROPOLOGO FANCIULLINO
– Cura, famiglia e casualità nella Repubblica degli 80 anni
Ciro Scognamiglio – L’Antropologo del Vicolo
Lettere dal Decumano Minore14 gennaio 2026
La cura, per me, non è mai stata una condizione ricevuta. È stata una responsabilità esercitata. Negli anni Settantadue sono stato operatore al #Cottolengo di Torino, poi in vari centri dedicati alla disabilità ho prestato opera dal gruppo istituzionale dell’ufficio scolastico, nei reparti difficili, dove la fragilità non è teoria ma corpo, voce, relazione. Non sono mai stato ospite: ho sempre lavorato dalla parte di chi solleva, non di chi viene sollevato. E proprio stando “dall’altra parte” ho imparato a farmi domande che molti, nel sistema, non vogliono sentire. Domande che oggi, alla mia età, tornano più forti di prima.
Da molti anni accompagno mio cognato, un uomo che porta sulle spalle la fragilità di una ragazza che vive in una casa riabilitativa da quasi mezzo secolo. Li accompagno come familiare, certo, ma anche come uomo che ha visto per una vita le famiglie dall’altra parte del vetro: quelle che aspettano, che gridano, che cedono, che tengono duro, che si consumano di notte dopo aver sorriso di giorno. La mia riflessione non nasce dalla teoria ma dalla duplice esperienza, unica e irripetibile: operatore dentro i centri, familiare fuori dai centri, antropologo del vicolo dentro la vita vera. Per questo oggi mi chiedo: che cos’è davvero famiglia in un Paese dove la fragilità resta sulle spalle del singolo e non della collettività? Che cosa proteggiamo davvero quando diciamo “diritto alla cura”?
Cartesio parlava di casualità come condizione dell’esistenza. Io, entrando e uscendo da centri per cinquant’anni — prima da operatore, oggi da accompagnatore familiare — l’ho vista in faccia: alcuni nascono fragili, altri nascono forti, altri diventano fragili dopo, altri ancora restano ai margini di tutto. E allora la domanda torna: perché io sono stato fortunato? Perché io sono stato dalla parte di chi cura e non di chi ha ricevuto la cura? È questa la radice della mia “antropologia del vicolo”: vedere negli altri ciò che poteva essere anche mio.
La Repubblica celebra 80 anni di principi splendidi: uguaglianza, imparzialità, continuità dei servizi, diritto di scelta, partecipazione. Bellissimi, nobili, scritti benissimo. Ma io, che ho visto i centri dentro e fuori, so una cosa che va detta con chiarezza: i diritti, da soli, non bastano. La cura vera vive solo quando la comunità sostiene la famiglia, e oggi la famiglia è lasciata sola. Il sistema parla di “#caregiver”, ma dietro quella parola ci sono facce, schiene spezzate, attese infinite, strade ripetute per decenni.
Per capire tutto questo bisogna andare lontano: ai Neanderthal, con cervelli diversi e capaci di accudire i feriti del gruppo. Non bestie, non primitivi, ma esseri umani che avevano già capito che si sopravvive solo insieme, mai da soli. La nostra specie nasce lì: nell’atto di prendersi cura del più fragile. E allora la domanda di oggi è tremenda: siamo ancora capaci di prenderci cura come una specie, o stiamo tornando alla legge del più forte?
#Fuoritempo – chi è il più forte !

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