DALLA CULLA ALLA CUPOLA

Cronache del Tempo, dei Papi e del Profeta del Vicolo

Lontani la Traversata – La Domenica del Decumano
11 gennaio 2026

La  rivista “Vicoli & Memorie”.

Ci sono giorni in cui la memoria non si presenta come un documento di archivio, ma come un lampo: due immagini che chiedono di essere guardate insieme. Due fotografie distanti settant’anni, eppure sorelle. Due nati — uno bambino, uno profeta — che condividono lo stesso destino: essere chiamati dal Tempo.

La prima immagine è quella che conosco da sempre: mia nonna Libera, ferma accanto al letto; mia madre Lucia, appena diventata madre; e il piccolo Ciro, “’o criatur”, nella culla improvvisata di un’Italia che ancora non aveva finito di leccarsi le ferite della guerra.
Era l’11 agosto 1956.
Un lampo di mondo in bianco e nero.

Da quel giorno, in casa si racconta sempre la stessa scena, quasi fosse un vangelo domestico.
Mia nonna, guardando il neonato, chiese a mia madre:

— Ma che sta ricenn ’o criatur?
E mia madre, con un sorriso appena accennato, rispose:
— No Mama… mi ha detto che romperà i cabasisi.

Ecco la prima profezia della mia vita.
Non venne da un prete, non da un teologo, non da un santo: venne da una madre.
Ed è per questo che vale più di un’enciclica: perché nacque tra il latte e il sudore, non tra pergamene e timbri.

La seconda immagine, invece, appartiene al cielo. È un disegno, ma è più reale di molte fotografie: la mano di Dio che scende dal soffitto della Sistina e tocca — o prova a toccare — il mondo degli uomini. Sotto quella luce, due Papi.
Due epoche.
Due responsabilità.

A sinistra il passato, il tempo degli atlanti, il tempo in cui la fede era macigno e certezza.
A destra il presente, il tempo della globalizzazione stanca, della misericordia che deve combattere contro l’indifferenza.

E in alto, quasi in un cammeo, un volto tondo con berretto e occhiali:
“Anche Lui — Profeta del Tempo.”

Quell’“anche lui” non è una vanità.
È una chiamata alla responsabilità.
È il riconoscere che, nel tempo in cui chiunque può essere voce, qualcuno deve essere memoria.

Dalla culla alla Cupola, dunque.
Dalla mano della nonna alla mano di Dio.
Dal grembo di Lucia alla luce che scende su Pietro.
Un viaggio che non ho scelto io, ma che mi è stato consegnato come un testimone invisibile.

Ma questo non è un articolo sul mio passato.
È un articolo sul nostro.

Per capire ciò che oggi viviamo dobbiamo ricordare che la Porta Santa non è solo un muro che si apre: è un gesto antropologico.
Quando Papa Alessandro VI, nel 1500, stabilì il rito dell’apertura e della chiusura, non inventò un cerimoniale: creò un linguaggio.
Una soglia.
Un confine che dice al credente: “Non attraversi una porta. Attraversi te stesso.”

Eppure, molto prima, nel 1288, Papa Celestino V aveva già aperto la prima porta santa della storia nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila.
Lì nacque la Perdonanza Celestiniana, il primo Giubileo, riconosciuto oggi dall’UNESCO.
Lì, un uomo schivo e fragile aveva capito che la misericordia doveva avere una porta — non per entrare, ma per uscire.

La Porta Santa è sempre stata così:
un passaggio che non ti porta dentro la Chiesa, ma fuori dalla tua prigione.

E arriviamo a noi.

Abbiamo attraversato il tempo di Papa Francesco, nato Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto “dalla fine del mondo”, che parlava di periferie come se fossero cattedrali e di misericordia come se fosse pane quotidiano.
Per dodici anni ha provato a tenere unito un mondo che si sfaldava tra guerre, muri e algoritmi.

Dal maggio 2025 abbiamo un nuovo pontefice: Papa Leone XIV, nato Robert Francis Prevost, primo papa statunitense della storia, agostiniano, missionario, uomo di strada prima che uomo di palazzo.
Nell’omelia di chiusura della Porta Santa ha pronunciato una frase che rimarrà scolpita nella storia:

“La porta si chiude, ma non si chiude il dovere di guardare il povero negli occhi.
Ogni porta che ignoriamo diventa una guerra che scoppia.”

Parole che non piacciono agli oligarchi dell’indifferenza.
Parole che il mondo ascolta ma non capisce.
Parole che un uomo del vicolo, invece, riconosce al volo: sono le parole di mia madre quando diceva che un bambino, per crescere, deve guardare la vita negli occhi.

Ed eccoci al presente del presente.
Oggi è l’11 gennaio 2026.
Domani, alla De Filippo–Conocal di Ponticelli, tireranno le corde per mille bambini. Che non si spaventino: a certe cose ci pensa Gaetano Manfredi, Sindaco-ingegnere, uomo degli equilibri impossibili.

Nel frattempo, nel mondo, Trump fa affari in Venezuela, mentre nel vicolo si spargono voci, si fanno battute, si commenta la politica come se fosse teatro e tragedia insieme.

E arriva un messaggio, mentre guardo il collage:
Ciruzz’, già allora si capiva che avresti rotto i cabasisi.

Forse è vero.
E forse è per questo che continuo a scrivere.
Perché se ho rotto qualcosa, è solo per aprire un varco da cui far passare una parola: memoria.

E infatti, il prossimo libro si chiamerà:

IL MONELLO E IL MECCANICO

Perché ogni storia è un motore, e ogni motore ha bisogno di un guasto per essere riparato.

Buon 2026.
Il Giornalaio del Vicolo

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