LETTERE DAL DECUMANO MINORE

Prolusione – ATTI DA VENEZIANI A RUOTOLO / DA RUOTOLO A VENEZIANI

  LA MIA CLASSE AL VICOLO – dal Tempo della Clessidra 10/01/26

Ho costruito questa ricerca partendo dagli atti.
Gli atti di un intellettuale, Marcello Veneziani, che guarda la destra al governo e non la riconosce come forza capace di cambiare.
E gli atti di un uomo delle istituzioni, Sandro Ruotolo, che lascia un consiglio comunale perché vede la politica arrendersi all’ombra della camorra.

Due posizioni lontane, due mondi diversi, due modi opposti di interpretare la responsabilità.
Eppure, nello specchio profondo della civiltà, si sfiorano.
E si illuminano a vicenda.

Li ho messi uno accanto all’altro non per giudicare, ma per capire.
Perché ogni volta che un uomo pubblico parla — da un microfono nazionale o da un banco consiliare — lascia un segno.
Un segno da studiare.
Un segno da leggere.
Un segno che racconta chi siamo.

Questa ricerca l’ho chiamata così:
“Atti da Veneziani a Ruotolo – da Ruotolo a Veneziani”.
Non un confronto, non un processo: un attraversamento.
Un passaggio dentro due ferite del nostro presente.
Un modo per dire ai miei ragazzi che il mondo non si spiega con gli slogan, ma si comprende solo leggendo, analizzando, cercando il filo che lega le storie.

Perché solo chi sa vedere può imparare a scrivere.
E solo chi sa scrivere può imparare a pensare.

C’è potere ma non c’è guida

C’è gestione, non c’è visione.
C’è occupazione, non c’è trasformazione.

Lo vediamo ogni giorno:
nei palazzi romani dove la destra di governo sembra amministrare più che immaginare;
nelle città ferite, come Castellammare, dove persino chi si dimette lo fa con l’amarezza di chi vede la politica cedere davanti a forze più antiche e più dure.

Ma la domanda non è chi abbia ragione tra loro.
La domanda vera è: che cosa tutto questo dice a noi?
E soprattutto: che cosa dice a voi, ragazzi?

Viviamo in un mondo che trabocca di potere ma difetta di guida.
Un mondo pieno di parole ma povero di pensiero.
Un mondo che promette futuro mentre si aggrappa al presente come chi non sa nuotare.

Le due storie e il filo nascosto

Nel giudizio severo di Veneziani e nel gesto radicale di Ruotolo non c’è solo politica:
c’è la fotografia di una civiltà stanca.
Una civiltà che ha perso il gusto dell’immaginazione e la gioia del ragionamento.
Una civiltà che parla di pace mentre moltiplica conflitti.
Che pronuncia la parola “legalità” come fosse un talismano, senza nutrirla nelle azioni.

Sono storie diverse, ma raccontano la stessa malattia:
la perdita della visione.

E in mezzo a questo scarto, tra l’immobilità del potere e l’impotenza dell’indignazione,
ci siete voi — la generazione che eredita un mondo che non sa più spiegarsi da solo.

Le civiltà che portiamo dentro

Non siete soli.
Prima di voi ci sono stati i filosofi che hanno tentato di illuminare l’essere:

Platone cercava l’Idea.
Socrate il senso.
Aristotele l’ordine.
Vico i corsi e ricorsi dell’umano.
Plotino l’Uno che tiene tutto insieme.
Rousseau la verità dell’essere contro la maschera del possesso.

E oggi ci siete voi, chiamati a capire quale civiltà volete proseguire
e quale, invece, lasciare cadere come foglia secca.

La civiltà del rumore o quella del pensiero?
La civiltà dell’avere o quella dell’essere?
La civiltà del consenso o quella della conoscenza?

La diaspora del bosco

L’uomo moderno vive una diaspora silenziosa:
lascia il bosco naturale dell’essere
per perdersi nel bosco artificiale del potere, dell’apparenza, del “posto”.
Vaga tra i rami del consumo e dei social come un pellegrino senza direzione,
cercando riconoscimento più che identità.

È una diaspora che non riguarda solo la politica: riguarda tutti noi.
Riguarda ogni scelta in cui preferiamo la velocità alla profondità,
il rumore al silenzio,
l’opinione alla conoscenza.

Il messaggio per voi

Ve lo dico con chiarezza, come si parla ai figli di un destino più grande:
non scriverete mai nulla di vero se non saprete prima leggere.
Non capirete mai il mondo se non imparerete a mettere mano ai testi, agli atti, alle parole, alle contraddizioni.

Scrivere non è raccontare “oggi in laboratorio abbiamo fatto…”.
Scrivere è un esercizio di verità.
Significa vedere, capire, confrontare, attraversare il dato.

Prima il testo.
Poi l’analisi.
Poi il pensiero.
Poi la scrittura.

Questo è l’ordine.
Questo è il mestiere.
Questo è il cammino.

Il vostro compito è cominciare da qui

Oggi vi lascio questi tre segnali, che non sono giudizi ma bussole:

C’è potere ma non c’è guida.
C’è gestione, non c’è visione.
C’è occupazione, non c’è trasformazione.

Interpretateli.
Scavateli.
Trasformateli in domande vostre.
Perché da qui nasce la scrittura che conta:
quella che non descrive il mondo, ma lo interroga.

Il resto — il nuovo — verrà dalla vostra voce.
E saranno le vostre parole, non le mie,
la vera Lettera dal Decumano Minore.

 FUORITEMPO – del TEMPO della Clessidra!

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