A cosa sto pensando?

Lo chiede la pagina che mi si apre davanti.

Io penso che siamo nel 2026.

Penso che Pasquale Caputo abbia aggiunto un altro anno ai suoi primi – sotto malagiustizia dai nove anni dalla sua data di nascita, si un bambino – perché a nove anni tale sei ma guardi e vivi,

e che oggi viva un’attesa ingiusta, una mala giustizia che pesa come un macigno.

Giorni fa, in piena campagna elettorale, sembrava che tutti fossero pronti ad ascoltarlo.

Ad ascoltarci.

A asvortarci, come dico io:

perché mi sono preso il compito – non chiesto, ma necessario –

di dare voce a chi non ha voce.

A chi, come Pasquale, ha una storia simile alla mia.

Avete mai chiesto come sono le nostre vite?

Sono bellissime.

Perché le sofferenze non ci hanno piegato: ci hanno temprato.

Siamo nell’anno 2026, il primo del nuovo quarto di secolo.

È in gioco la democrazia del Paese.

Scelte globali, certo, ma anche – finalmente –

le voci di chi non ha voce.

È un compito arduo.

Ma chi ci uccide?

Chi può davvero spezzare uno come Pasquale, detto Lino,

o uno come me, Ciro – ‘o folle lucido?

Nessuno.

Ancora auguri da noi.

Pasquale e Ciro

Pace – Shalom

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