DOVE STIAMO
Antropologia della guerra in un mondo che chiama pace il riarmo
Fondo per una rivista geopolitica – visione di un #antropologo dal #vicolo
Osa affermare : chiuderemo il 2025 con la Pace, spiegataci dai saggi di oggi cito solo Papa Leone XIV del tempo – non ho capito il Presidente Sergio Mattarella – e del tempo passato che non sapeva dove ci saremo trovati torno alla mia fisica scienza del cuore con citazioni storiche di Albert Einstein sulle armi – come associo?!
Ecco vorrei #chiudere il 2025
La guerra non nasce oggi.
Ma oggi ha raggiunto una forma nuova: non più evento eccezionale, bensì condizione permanente, normalizzata, spiegata, giustificata.
Dal vicolo – che è il luogo dove le parole arrivano tardi ma restano vere – la domanda non è chi ha ragione, bensì che cosa stiamo facendo quando chiamiamo pace ciò che è preparazione alla guerra.
La guerra non è un istinto: è un’istituzione
L’antropologia ci costringe a una prima smentita:
la guerra non è naturale, non è iscritta nel DNA umano.
La violenza può essere antica quanto l’uomo;
la guerra organizzata, no.
Come già osservava Karl Kautsky, la guerra nasce con lo Stato, con il territorio, con l’accumulazione, con il potere centralizzato.
Brian Ferguson lo conferma: molte società umane hanno vissuto senza guerra, o con conflitti rituali, reversibili, non sistemici.
La guerra non è destino: è costruzione culturale.
Tutti vogliono qualcosa
Oggi il mondo sembra ridotto a una frase brutale:
Putin vuole territori.
L’americano vuole la Groenlandia.
Il cinese vuole Taiwan.
Io potrei volere la casa della mia vicina.
La differenza non è etica, è di potenza.
La logica è identica:
- desiderio → pretesa
- pretesa → diritto autoattribuito
- diritto → forza
La guerra contemporanea non si dichiara più.
Si prepara, si spiega, si normalizza.
Il paradosso della pace armata
Qui il nodo diventa politico e morale.
Il Presidente Sergio Mattarella, uomo di fede e di Costituzione, parla in questi giorni di riarmo come necessità.
Non per vocazione bellica, ma per realismo.
Eppure la domanda resta, scomoda:
Da quando non prepararsi alla guerra è diventato un peccato civile?
Nel rapporto tra governanti e cittadini si insinua un’idea pericolosa:
chi non si arma è irresponsabile.
Chi dubita è ingenuo.
Chi parla di pace è fuori dal tempo.
Einstein non poteva saperlo
Si cita spesso Albert Einstein:
“Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale.
Ma la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni.”
Oggi sappiamo che Einstein non poteva immaginare:
- arsenali nucleari pronti all’uso,
- automazione della decisione di morte,
- intelligenze artificiali applicate alla guerra.
Con decine di testate operative e migliaia stoccate,
non esisterebbe una quarta guerra.
Non resterebbero mani per impugnare bastoni.
Non resterebbero occhi per riconoscere il nemico.
La voce che non fa notizia
Nel silenzio dei grandi media, il messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace è un atto politico radicale.
I numeri sono chiari:
- +9,4% di spesa militare nel 2024
- 2.718 miliardi di dollari
- 2,5% del PIL mondiale
La diagnosi è netta:
- la deterrenza nucleare è irrazionale
- la pace fondata sulla forza è paura organizzata
- il riarmo è sospinto da interessi economici e finanziari
Mai si è investito tanto nella guerra chiamandola sicurezza.
La guerra come cultura
Carolyn Nordstrom lo spiega senza retorica:
la guerra non distrugge solo corpi, distrugge culture.
Produce:
- assuefazione
- deresponsabilizzazione
- delega morale
Oggi la guerra è:
- spettacolo mediatico
- algoritmo
- filiera industriale
Nessuno decide davvero,
ma tutti partecipano.
Dove stiamo, davvero
Dal vicolo la risposta è spoglia, senza geopolitica da salotto:
- stiamo educando alla paura,
- stiamo dimenticando il Novecento,
- stiamo chiamando realismo ciò che è rinuncia al pensiero.
La guerra non è inevitabile.
È insegnata, finanziata, giustificata.
La pace, invece, è fragile.
E per questo fa paura.
La pace, dice Leone XIV, non è un’utopia:
è una presenza da custodire, una scelta da praticare.
Ma è disarmata.
E proprio per questo è rivoluzionaria.
La guerra ha megafoni.
La pace sussurra.
Dal vicolo, se stiamo zitti abbastanza, la sentiamo ancora.
Ciro Scognamiglio
Scrivente, antropologo del vicolo
per una rivista geopolitica

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