Lettera dal Decumano a Patrizio Rispo

Antropologia di una scelta tra vita, lavoro e rappresentazione
Vicoli, memoria e verità nella Napoli che racconta il mondo


Caro Patrizio,

ti scrivo dal Decumano minore. Non come luogo geografico, ma come metodo di sguardo.
Qui la vita non si seziona: lavoro, età, memoria, racconto e dignità camminano intrecciati.
Non è accademia, è appartenenza.

Un posto al sole, negli anni, non è stata solo una soap opera.
È stata un diario civile, una cronaca simbolica della città.
Napoli non come cartolina, ma come corpo vivo: lavoro che finisce, famiglie che cambiano,
figure che tengono insieme i conflitti.

Raffaele Giordano non è solo un personaggio riuscito.
È una figura-soglia: il portiere come custode, mediatore, memoria vivente.
Quando quella figura va in pensione, non accade una scelta narrativa:
accade un rito antropologico.

I riti non sono reversibili senza perdita di senso.
Il vicolo lo sa.
La comunità lo sa.

Per questo l’ipotesi di un ritorno non va letta come “sì o no”,
ma come domanda più profonda:
che cosa raccontiamo oggi sul lavoro che finisce?
Sull’età che cambia?
Sulla dignità dell’uscire di scena?

C’è poi il lavoro reale, quello degli attori.
Dirlo non è gossip.
È educazione al reale.
La cultura è anche economia del vivere.
I giovani devono saperlo.

Ma quando la necessità industriale piega il simbolo,
la città se ne accorge.
E il racconto perde forza.

Non scrivo per giudicare.
Scrivo per condividere una domanda.
Se Raffaele tornerà, che torni trasformato.
Se resterà fuori scena, che la sua assenza insegni qualcosa.

Napoli è una metropoli.
Ma resta un grande vicolo che parla al mondo.
Qui le storie contano solo se tengono insieme verità e vita.

Con amicizia,
dal Decumano minore

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