Occhiello

Sanità, fine vita, responsabilità pubblica. Una testimonianza autorizzata dalla famiglia che rifiuta il silenzio.

Quando la morte è abbandono. Cronaca di una fine vita e di una responsabilità mancata

La morte non è soltanto l’ultimo atto della vita individuale. È il momento in cui una comunità, un sistema sanitario, uno Stato rivelano la loro reale statura morale. Non è la morte in sé a spaventare, evento naturale e inevitabile; è la solitudine della morte, quando il corpo chiede sollievo e la persona viene lasciata senza risposta. La sofferenza non è un accidente collaterale: è una condizione che va tutelata, accompagnata, presa in carico. Quando questo non accade, non si è di fronte a un errore tecnico, ma a una sconfitta etica.

Questa non è un’opinione. È una cronaca.
Ed è una cronaca che viene resa pubblica con il consenso pieno della famiglia più cara, del sottoscritto consuocero e di tutti coloro che hanno condiviso questo passaggio di dolore. Perché, in casi come questi, il silenzio diventa complicità.

Il percorso sanitario vede inizialmente il paziente seguito dall’Ospedale Monaldi e successivamente trasferito in una clinica riabilitativa. Una struttura che, oggettivamente, non disponeva degli strumenti né delle competenze per gestire una fase terminale complessa. Proprio per questo motivo, e correttamente sul piano clinico, il paziente viene rios­pedalizzato all’Ospedale Fatebenefratelli

È qui che inizia la parte più difficile da raccontare.
Al Fatebenefratelli non avviene una reale presa in carico del fine vita. Non viene attivato un percorso chiaro di accompagnamento. Si entra in una zona grigia fatta di attese, rinvii, mancate decisioni. A una domanda tanto semplice quanto radicale, posta da un familiare ai sanitari — “Cosa fareste per vostro padre?” — non viene data una risposta esplicita, ma una risposta nei fatti: firmare le dimissioni e portarlo via.

È il giorno di Natale.
Un figlio firma. Porta via il padre. Senza un’assistenza strutturata. Con il peso di una responsabilità che nessuna famiglia dovrebbe mai essere costretta ad assumere da sola.

Inizia allora una ricerca che non ha nulla di straordinario: la ricerca di sollievo. Non di guarigione, non di accanimento terapeutico, ma di morfina, di calmanti, di dignità nel dolore. La guardia medica non può somministrare senza prescrizione. Un anestesista, amico di famiglia, interviene per puro senso umano e scrive una ricetta fiduciaria. Ma la farmacia non può accettarla. Serve un’altra prescrizione. La guardia medica territoriale riscrive. Tutto questo avviene tra Natale e l’alba.

Ed è qui che va fatta una precisazione doverosa, perché la verità non è mai completa se non è anche giusta.
Una volta usciti dal Fatebenefratelli e rientrati a casa, chi non ha lasciato soli il paziente e i suoi cari è stato il Direttore della struttura riabilitativa. Nel giorno di Natale, in assenza di una reale presa in carico territoriale, è stato lui ad attivarsi personalmente, facendo trovare un anestesista e indicando una strada concreta per evitare che il paziente restasse solo nella sofferenza, insieme alla sua famiglia. Questo gesto non cancella le falle del sistema, ma dimostra che le persone, quando scelgono di esserci, fanno la differenza. E questa differenza va detta, scritta, riconosciuta.

Alle cinque del mattino, un uomo buono muore.

Di lui si dirà — giustamente — che è stato una persona libera, autorevole nelle riflessioni, mai arrogante, capace di dolcezza anche nel dolore. Un pilastro per la moglie, per le figlie, per i nipoti, per le sorelle. Un uomo che non ha mai separato il pensiero dall’umanità. Ma ciò che non può essere rimosso è che il suo dolore non ha trovato una tutela piena.

Questo testo nasce anche per dire un’altra verità: le famiglie erano unite. I nostri figli sono uniti in matrimonio e, da questa unione, siamo diventati nonni. Questa è una gioia grande e concreta, che Salvino ha potuto vivere, nonostante la sua età più giovane rispetto alla mia. Ha conosciuto la continuità della vita, la promessa che passa di generazione in generazione. E questo resta, nonostante tutto, un bene che nessun abbandono può cancellare.

Da antropologo del vicolo, lo si dice senza retorica ai giovani: una società si misura da come accompagna chi muore, non da come celebra chi riesce. L’abbandono dei malati non è una fatalità, ma il risultato di scelte, omissioni, paure burocratiche. Per questo non si può tacere.

Chiudiamo affidando, non spiegando.

Padre di tutti, anche di coloro che non hanno mai saputo darti un nome, accogli quest’uomo che ha cercato la verità senza piegarsi e ha amato senza clamore. Tu che conosci il peso della carne e la solitudine dell’agonia, guarda alla sua sofferenza e non ricordare l’abbandono degli uomini, ma la rettitudine del suo cuore. Come dice il Qoèlet: “Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai”. Che il pane spezzato nella sua vita gli sia ora restituito come pace.

A noi che restiamo, non concedere l’alibi dell’indifferenza. Rendici capaci di non voltare lo sguardo davanti al dolore altrui. Accoglilo nella Gerusalemme grande, dove non c’è notte, e asciuga le lacrime di chi lo ha amato. E quando verrà anche per noi il tempo, fa’ che i nostri posti siano vicini, per continuare, nella luce, le domande che sulla terra sono rimaste aperte.

Buon viaggio, Salvino.

N.B. Nota finale dell’articolo ( mi sono sentito con ANTONIO per decidere di scrivere).

Questo articolo viene pubblicato con il consenso esplicito e condiviso della famiglia più cara, del sottoscritto consuocero e dei figli uniti in matrimonio, che da questa unione hanno generato vita e reso possibile una gioia profonda: quella di diventare nonni. Una gioia che Salvino ha potuto conoscere e vivere, come segno concreto di continuità, di futuro, di speranza che resiste anche nel dolore.

La scelta di rendere pubblica questa cronaca non nasce da risentimento né da desiderio di esposizione, ma da un dovere civile e umano: non lasciare che l’abbandono dei malati resti invisibile. Raccontare significa assumersi una responsabilità collettiva, affinché ciò che è accaduto non venga archiviato come fatalità, ma riconosciuto come ciò che è stato: una mancanza di presa in carico che interroga il sistema sanitario, le istituzioni e ciascuno di noi.

Scrivere è stato un atto di fedeltà verso chi non può più parlare e un gesto di rispetto verso chi resta. È anche un appello: perché un nuovo umanesimo non si costruisce con dichiarazioni solenni, ma con la capacità concreta di non lasciare solo nessuno nel tempo della sofferenza e del morire.

Ciro Scognamiglio
consuocero, che grida ancora per ricercare un nuovo umanesimo

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