DAL DECUMANO MINORE
Natale, Masaniello e il Condottiero
Dal Decumano Minore il Natale non arriva mai in silenzio.
Arriva parlando.
A volte gridando.
A volte bussando piano, come fanno le cose che restano.
Quest’anno, almeno nel calcio, il Natale arriva con un trofeo sotto braccio.
E non è poco.
Perché a Napoli il calcio non è evasione:
è termometro umano,
è antropologia di strada,
è memoria che si rimescola nel vicolo.
Quando nel rettangolo gladiatorico compare un Masaniello moderno, il popolo non guarda soltanto: si riconosce.
Masaniello non fu una statua
Masaniello non era un re, né un generale.
Era un pescatore che seppe ascoltare.
Ascoltare la fame, la rabbia, la dignità ferita.
Durò poco, è vero.
Ma insegnò una cosa che Napoli non ha mai dimenticato:
l’ascolto può diventare forza.
Ecco perché Masaniello non è folklore.
È metodo.
È postura morale.
Il Condottiero
Il Condottiero esiste.
Ma non quello che urla soltanto.
Esiste quando sa entrare nella testa,
quando conosce la geometria del gioco – triangoli, rettangoli, spazi –
ma soprattutto conosce l’uomo che li attraversa.
Antonio Conte è questo tipo di condottiero.
Uno che non si limita a dare ordini:
organizza coscienze.
“Mettetevi a testuggine”, dicevano i gladiatori.
E a testuggine oggi il Napoli ha giocato.
Non per paura,
ma per intelligenza collettiva.
Li avevano dati per finiti.
Dopo Bologna, dopo le sconfitte, dopo le crepe.
Ma il Condottiero ha fatto ciò che fa la storia quando è seria:
ha rimesso insieme i frammenti.
Il mental coach (quello vero)
C’è differenza tra motivare e far emergere.
Io, che vivo la disabilità sulla mia pelle, lo dico senza metafore:
quando scopri che non sei solo ciò che manca,
ma ciò che può diventare,
nessuno ti ferma più.
Vale per chi non ha la fisiognomica del gladiatore.
Vale per chi porta un dolore visibile o invisibile.
Vale per Neres.
Il Condottiero vero non nega la differenza:
la trasforma in forza.
Dieci trofei, ma uno pesa più degli altri
Dieci trofei per Antonio Conte.
Ma questo ha un peso specifico diverso.
Perché campionato e Supercoppa nello stesso anno, a Napoli,
era successo solo nel 1990,
con Diego Armando Maradona.
La storia non si replica.
Ma si riconosce.
E la storia dice una cosa semplice e crudele:
chi vince viene ricordato.
Il resto resta nei racconti, non nelle bacheche.
Conte lo sa.
E lo dice senza arroganza:
“Ci si ricorda solo se si vince.”
È una frase dura.
Ma vera.
I ragazzi
Il merito, però, è soprattutto loro.
La semifinale col Milan.
La finale di stasera.
La disciplina.
La fame.
La voglia di regalare questo trofeo al popolo.
Contro squadre vere.
Inter, Bologna.
Il Bologna va rispettato.
Vincenzo Italiano va applaudito.
Perché il calcio, quando è serio, è dialogo tra culture.
Napoli comanda?
No.
E dirlo è già una forma di onestà.
Napoli non comanda ancora.
Sta lavorando.
Sta crescendo.
Sta imparando l’umiltà del processo.
I primi quattro posti saranno battaglia vera.
Solo il lavoro potrà dare continuità.
E questa consapevolezza, oggi,
è già un segnale di maturità.
Chiusura dal vicolo
Il calcio è contagio.
È memoria selettiva.
È antropologia applicata.
E Napoli, oggi,
non festeggia solo un trofeo.
Festeggia un’idea di guida,
un’idea di ascolto,
un’idea di comunità che sa stringersi
come una testuggine antica
quando il tempo lo chiede.
Dal Decumano Minore,
questo Natale
non lo dimenticheremo.
CIROSCO99 – Scrivente antropologo del vicolo
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