Piazza del Gesù. Compagno di strada
Napoli 15 dicembre 2025
Oggi 16 dicembre ore 13 a via Toledo a Chiesa Toi – i Funerali – ti hanno fatto anche il manifesto – TVB FRATELLO di strada.
Io seduto al bar di Piazza del Gesù.
Davanti a me #Totore , Salvatore D’Amico, che rideva delle mie cazzate dette con aria da sapiente.
Rideva non per scherno, ma perché capiva.
Capiva che la parola, quando nasce al tavolino di un bar, è già pensiero, è già politica, è già vita.
Abbiamo attraversato montagne insieme, partendo sempre da qui, da Napoli, da una vecchia trattoria, da un tavolino che per noi era università, sinodo laico, assemblea popolare.
Io accompagnato dalla mia fede, da Lei, l’Immacolata.
Tu, Totò, con il tuo sorriso laico, mai ostile, mai arrogante.
Mi porgevi il braccio e dicevi:
«Ciruzzo, vir’ e nun caré, chi ci aiza.»
E in quella frase c’era tutto: amicizia, strada, resistenza.
Compagno di strada, non sarà più facile per me che resto.
Tu eri la mia forza di reagire, quello che mi teneva in piedi quando la vita si faceva ripida.
Ora io prego per te e con te, anche se tu mi seguivi con rispetto, senza bisogno di credere come me.
Sei ora chiuso in un involucro di legno, ma di quell’involucro, insieme alle nostre battaglie, ci siamo fatti segni antropoetici: tracce umane lasciate nella carne della città, nella memoria di chi ci ha incrociati.
Eravamo giovani.
Siamo invecchiati insieme.
Abbiamo fatto scelte diverse, ma mai contrapposte.
Noi eravamo i dotti delle credenze antiche, quelli che sapevano che la verità non si possiede, si cammina.
Di razionalità volteriana non avevamo “’nu mazz’”, e ne andavamo fieri.
Io mi facevo la croce, e tu mi seguivi con amicizia laica.
Non per concessione, ma per rispetto.
Noi due eravamo Medioevo e Roma, eravamo radici napoletane dei Quartieri Spagnoli, eravamo monelli cresciuti male e pensatori cresciuti bene.
Teste dure fino a ieri.
Fino a ieri che hai deciso di seguire il Boss.
Dicono che alla Piazza di Gerusalemme, a casa sua, si stia bene.
Se fossi entrato in chiesa, l’avrei raccontata così, senza teologia, senza retorica.
Io mi sento una chiavica, come al solito.
Ma ora mi manca il tuo grido improvviso:
«Nun fa’ ’o scem’!»
Mi hai tolto il grattatoio, quello che mi rimetteva a posto quando esageravo con le parole e con la testa.
Tu a Lettere, io a Scienze.
Due percorsi diversi, due teste forti.
Veri pensatori, anche se dicevano che rasentavamo la follia.
Non avevano capito niente: noi eravamo folli lucidi, liberi di pensare senza padrone.
Mi fermo qui.
Se leggerà Laura, tua figlia, dirà che non stavamo bene nessuno dei due.
Forse è vero.
Ma non stare bene è stato il nostro modo di stare al mondo.
Mi mandasti le foto dalla manifestazione per la Palestina e mi dicesti:
«Cirù, vuò venì?»
Avremmo fatto ’o cinque e l’otto, mi avresti tenuto il posto vicino a te.
Come sempre.
Io resto qui.
Seduto al bar.
A Piazza del Gesù.
A parlare ancora, anche da solo.
E tu, lo so, ridi.
Shalom, fratello.
Ciruzzo il Folle Lucido
Nessuno

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