ANTROPOLOGIA DI UN SABATO
Dal sabato del villaggio al tempo sospeso
14 dicembre 2025 – anche Santa Lucia ieri ci ha salutato!
C’è un giorno che più degli altri misura il cambiamento di una società: il sabato.
Non il giorno del lavoro pieno, non la festa conclusa della domenica, ma il giorno dell’attesa, del passaggio, della promessa. Il sabato del villaggio, per dirla con Leopardi, non era un giorno felice: era un giorno carico. Carico di aspettative, di tensioni, di futuro.
Nel 1970 il sabato era questo.
I giovani si riconoscevano nei luoghi, nelle strade, negli sguardi incrociati senza protezione. Non c’era abbondanza, ma c’era direzione. Si sapeva che il tempo avrebbe chiesto conto: lavoro, scelta, impegno, persino conflitto. Il sabato preparava alla vita.
Nel 2025 è ancora sabato.
Ma io mi chiedo: è ancora attesa o è solo sospensione?
Cammino lungo Viale Kennedy, lo stesso che nel 1972 segnò per me l’arrivo – o forse il ritorno – nella città adulta. Vengo da San Giorgio a Cremano, che aveva custodito la mia giovinezza dal 1958 al 1972. Ma questo viale fu l’ingresso nella Napoli reale: quella che non ti accoglie, ti misura.
Viale Kennedy non è una strada neutra.
Ha attraversato la storia dei movimenti, di una rivoluzione acclamata e poi ferita, di lutti prodotti da scelte inopportune, di voci pacifiste lasciate ai margini. Chi amava la pace non faceva rumore. E il rumore, allora come oggi, ha vinto.
Oggi su questo viale vedo auto ferme, lavoro rarefatto, presenze intermittenti.
Vedo lavoratori anziani terziarizzati, bancarelle davanti allo Zoo, contratti fragili che tengono in piedi luoghi pensati come patrimonio collettivo. E torno a interrogarmi, come allora, sul senso del lavoro.
Entro idealmente in Edenlandia, la città dei giochi.
Una bocca spalancata che invita a entrare, a consumare felicità. Un luogo che promette leggerezza, ma che spesso funziona come un circuito chiuso: giochi, percorsi obbligati, uscita. Il divertimento c’è, ma il racconto manca. E senza racconto, il gioco non educa: consuma.
Attraverso lo Zoo di Napoli, luogo di scienza, conoscenza, studio dell’animale e del vivente. Qui lavorano agronomi, biologi, etologi, esperti di comportamento animale. Competenze alte. Eppure molti vivono di precarietà, di partite IVA improprie, di ruoli spostati: chi studia guida un trenino, chi conosce la vita animale non ha tutela. Non per denigrare, ma per dire chi regge davvero questi luoghi e con quali risorse.
In mezzo a tutto questo incontro i lavoratori.
Giuseppe è uno di loro. Non fa discorsi ideologici. Non parla di costrizione. Parla di appartenenza. Lavora da quando aveva quindici anni. Corre quando c’è da correre, serve al tavolo e al banco, perché “quando il ferro è caldo va battuto”. Non eroismo, ma dignità operosa.
Dopo il silenzio del COVID – quel silenzio in cui gli spazi furono occupati dagli animali e l’uomo scomparve – il lavoro resta uno dei pochi luoghi di relazione reale. Ma è un lavoro fragile, esposto, spesso non riconosciuto. L’impresa non è il nemico. Il nemico è lo sfruttamento. E su questo non si può più tacere.
E intanto vedo una flottiglia di bambini.
Accompagnati, protetti, guidati. Entrano nei giochi, guardano gli animali, consumano il sabato. Ma io mi chiedo: che cosa portano via con sé?
Nel 1970 il sabato era preparazione.
Oggi rischia di essere solo occupazione del tempo.
Chi racconta a questi bambini che dietro il gioco c’è lavoro?
Chi spiega che dietro l’animale c’è studio, scienza, fatica quotidiana?
Chi mostra che dietro la domenica c’è il sabato di chi lavora venerdì, sabato e domenica?
Forse oggi solo gli edotti colgono questi passaggi.
Ma l’antropologia non nasce per gli edotti.
Nasce per il popolo, per chi attraversa, per chi osserva senza strumenti accademici ma con coscienza.
Il capitale, intanto, si concentra.
Le guerre si moltiplicano perché sono guerre di risorse.
E mentre si parla di crescita, muoiono i ragazzi, senza che nessuno si assuma la responsabilità del futuro.
La pace non si predica.
La pace si costruisce nel lavoro, nella continuità, nel rispetto.
Non esiste un mondo nuovo se non si parte dalla dignità di chi lavora oggi.
Io non offro soluzioni.
Faccio quello che so fare: osservo, ascolto, metto in relazione.
Questo è il mio sabato.
Non nostalgico.
Non rassegnato.
Un sabato che chiede ancora:
che cosa stiamo preparando per la domenica che verrà?
#Fuoritempo – ma che Domenica bestiale?
È domenica, dicono.
Ma non riposa nessuno.
Non il lavoro, non i corpi, non le coscienze.
È domenica e sembra sabato prolungato,
o lunedì anticipato.
Una domenica senza tregua,
senza attesa,
senza promessa.
Bestiale, sì.
Perché gira tutto,
consuma tutto,
e non restituisce senso.
Il gioco senza racconto,
il lavoro senza dignità,
il tempo senza memoria.
Fuoritempo.
Come noi.
Come questa città che corre
ma non sa più dove fermarsi.
E allora la domanda resta, nuda:
ma che domenica è,
se non prepara più nulla?

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