EDITORIALE il LIBRO
**La luce di Michele Alliegro.
Quando la memoria diventa eredità e il territorio avanza nella parola**
Recensire oggi l’opera di Michele Alliegro non è soltanto un compito professionale: è un privilegio umano. Un onore che mi è stato affidato dall’editore Pietro Graus, fondatore di Graus Edizioni, la stessa casa editrice che ha pubblicato il mio libro Viaggio di 40 anni e una barca. È stato lui, Pietro, a chiedermelo “al buio”, con quella fiducia che raramente si incontra e che, proprio per questo, pesa e illumina.
E nel farlo, mi ha ricordato che esistere — nel senso pieno, morale e intellettuale del termine — è ancora possibile in un mondo dove il bello resiste, anche laddove gli inumani continuano a giocare alla guerra.
Michele Alliegro, tifopsicologo, preside, maestro del 1945, è stato per me una guida prima che un docente. Correva l’anno 1985 quando, giovane e inquieto trentacinquenne, entrai nel percorso triennale di specializzazione al sostegno. Lui era il Direttore del corso, una delle figure più alte della tiflologia italiana, affiancato dalla sapiente professoressa Montemurro. Io ero un discente che cercava un orizzonte nuovo; Michele seppe percepirmi, interpretarmi, leggermi addosso come solo i grandi educatori sanno fare.
Lo ricordo mentre camminava nel corridoio con il suo pastore tedesco, guida fedele e presenza costante. Quell’immagine — un uomo non vedente che conduceva tutti noi verso la comprensione del limite — è rimasta incisa nella mia memoria più della luce stessa.
Alliegro ci ha insegnato la disciplina del Braille:
la tavoletta, i fogli, il punzone;
la pazienza del punto che diventa lettera;
la responsabilità di essere guida per chi non vede ma percepisce il mondo in modi più profondi.
Era formazione vera, faticosa, esigente. Era scuola.
Una scuola che, negli anni, si è purtroppo trasformata in ciò che oggi non possiamo non definire — con amarezza e verità — un ammortizzatore sociale utile più a sistemare docenti che a crearne di competenti.
Ma questo declino non appartiene al nome di Michele Alliegro. Lui resta un esempio, una radice, un faro.
Ritrovare oggi la sua voce nelle pagine del libro sul Vallo di Diano significa ritrovare il senso profondo del suo insegnamento: narrare i luoghi con precisione, viverli con la memoria, restituirli con la coscienza. In quelle pagine non c’è solo un territorio: c’è un uomo che ha trasformato la cecità in una percezione più alta, più piena, più vasta.
Ciò che Michele trasmette — ieri in aula, oggi nei suoi libri — è ciò che resta quando la storia incontra la verità: una luce bianca, limpida, non fatta di arcobaleni che appaiono e svaniscono, ma di sostanza. Una luce che ti accompagna, ti orienta, ti restituisce a te stesso.
Recensirlo oggi, da giornalista ed ex preside, significa chiudere un cerchio e aprirne un altro. Significa riconoscere che la memoria non conosce oblio quando ha tracciato valori. E significa, in un tempo disorientato, ricordare che il bello — quello autentico — non smette di emergere.
Ecco perché oggi, nell’attesa di incontrarlo ancora una volta, scrivo di Michele con la stessa gratitudine di allora. Perché alcune luci non si spengono: restano.
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PROF. CIRO SCOGNAMIGLIO
oggi Giornalista

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