ANTROPOLOGIA DELLE PAROLE – E ADESSO?

di Ciro Scognamiglio – Antropologo del Vicolo #02dicembre2025

1. Il vasino piccolo e il bambino in me

Non sono voluto tornare in archivio fotografico.
Non ne ho avuto bisogno.
La foto di quel piccolo vaso da cesso, minuscolo come un giocattolo sbagliato, ce l’ho impressa nella memoria più di qualunque file digitale.

Era la mia ultima passeggiata da preside.
L’ultimo giro lento, rituale, come si fa quando si esce da una casa dove si è vissuto una vita intera. E io, in quella scuola, una vita ce l’avevo vissuta davvero: più della metà del mio tempo, più della metà della mia identità, più della metà del mio corpo ferito e ricucito dalla poliomielite e dalla tenerezza dei bambini.

Camminavo per i corridoi e gli odori mi venivano incontro come vecchi compagni:
– l’odore della mensa che a mezzogiorno portava pasta al sugo e futuro;
– l’odore dei libri, della carta, delle tempere;
– e perfino l’odore delle risate e delle filastrocche che uscivano dalle prime classi.

Poi, dietro una porta laterale, eccolo: il bagno dei piccoli. I sanitari bassi, rotondi, quasi buffi.
E su uno di quei vasi, quello più in fondo, la scritta a pennarello:
“vaso da cesso piccolo, del sapiens piccolo.”

Mi fermai.
Quel vasino parlava di me.
Del bambino che ero stato – spaventato, fragile, col sogno di una scuola come porto sicuro.
E del vecchio che stavo diventando – l’uomo che stava lasciando la sua tribù, la sua “famiglia scuola”.

Piansi, lo confesso.
Non solo di tristezza. Era quella miscela che conoscono gli uomini che hanno attraversato il dolore e la rinascita: una gioia che punge, un dolore che accarezza.

Ecco perché oggi, quando apro un giornale e trovo un’altra porta di bagno – quella del liceo romano – con sopra una “lista stupri” tracciata a pennarello, con nomi e cognomi di giovani ragazze e di un ragazzo, quella vecchia ferita mi ritorna addosso ma cento volte più forte.

Quella scritta mi ha trafitto.
Mi ha attraversato.
Mi ha sussurrato che qualcosa, da qualche parte, si è spezzato.

Davanti a quel vasino avevo pianto la fine naturale di una storia.
Davanti a quella lista, oggi, io sento la sensazione di avere perso.
Come si perde in guerra.

2. Antropologia delle parole: quando il linguaggio perde la sua educazione

Le parole, prima di essere suoni e grafie, sono cose.
Nascono dai corpi, dai gesti, dalle ferite, dal bisogno di nominare il mondo.

Poi, pian piano, le parole imparano a camminare da sole.
E in quell’autonomia, spesso, si perdono.

Il dramma dei ragazzi di oggi sta qui:
le loro parole sono cresciute senza adulti.

Arrivano a scuola già corrotte da:

  • chat di gruppo dove vince chi esagera,
  • meme che sostituiscono il pensiero,
  • pornografia che colonizza l’immaginario,
  • musica violenta,
  • linguaggi dell’umiliazione e del dominio,
  • un patriarcato che sopravvive nelle pieghe del quotidiano.

Quando entrano in classe, quelle parole sono già orfane.
La parola “stupro”, che dovrebbe tremare nelle ossa, viene buttata su un muro come uno scherzo virile, un “colpo di scena”.

È una parola senza educazione.
Una parola che ha perso:

  • la memoria del suo dolore,
  • il peso della responsabilità,
  • il collegamento con il corpo che nomina.

Noi adulti abbiamo commesso una leggerezza imperdonabile:
abbiamo lasciato che la tribù digitale sostituisse la tribù reale.
E lì, nel digitale, le parole vengono addestrate da qualcun altro.

La verità è questa:
le parole che non educhiamo noi, le educa la rete.

E la rete non ha cuore.

3. Cosa sta succedendo ai ragazzi? Il fanciullino, il branco, il vuoto

Dietro un ragazzo che scrive “stupro” su un muro, io non vedo un mostro.
Vedo un fanciullino spaventato che nessuno ha mai ascoltato davvero.

I ragazzi oggi hanno imparato a temere la fragilità più della violenza.
Per non sentirsi piccoli, scelgono parole da grandi.
Per non sentirsi soli, scelgono linguaggi da branco.
Per non sentire la loro insicurezza, scelgono l’arroganza come scudo.

Non è cattiveria: è solitudine travestita da forza.

Il branco digitale amplifica tutto.
Nelle chat le parole non incontrano i volti, incontrano solo avatar.
Il nome della ragazza diventa simbolo, non persona.
Il corpo scompare.
Resta la parola: arma, feticcio, marchio.

L’antropologia del corpo ci insegna che quando il linguaggio si separa dalla carne, diventa crudele.
E oggi i ragazzi vivono una contraddizione terribile:
sono sempre esposti, ma mai accompagnati.

Dunque non capiscono davvero cosa significa “stupro”.
Lo pronunciano come un effetto speciale, non come un dramma reale.
Ogni parola perde il corpo, e quando il corpo scompare, scompare anche l’etica.

E allora: che possiamo fare noi vecchi?

La risposta è semplice e difficile insieme:
offrire presenza, storia, senso.
Ridare ai ragazzi la genealogia delle parole.
Far riemergere in loro il fanciullino che hanno sepolto.

4. E adesso? Educare le parole, salvare i ragazzi

“E adesso?”
Non è un grido di resa.
È un appello all’umano.

1. Ricominciare dalle parole che curano

La scuola deve tornare luogo di linguaggi buoni, non solo di grammatiche corrette.
Parole come:

  • gentilezza,
  • consapevolezza,
  • consenso,
  • cura,
  • responsabilità.

Sono parole civili.
Sono l’unico antidoto al vuoto.

2. Educare al corpo

Non alla prestazione, non al consumo, ma alla relazione.
Bisogna insegnare ai ragazzi che si può:

  • toccare senza violare,
  • amare senza possedere,
  • desiderare senza annientare.

Un’educazione affettiva reale: quotidiana, non episodica.

3. Portare gli adulti dentro il linguaggio dei giovani

Non possiamo più dire: “Non capisco il loro linguaggio.”
Dobbiamo entrarci.
Abitarlo.
Spiegarlo.
Contraddirlo quando serve.
Trasformarlo quando è necessario.

4. Ritornare alla comunità reale

Tu lo sai, uomo del vicolo:
la civiltà nasce nelle piazze, non negli smartphone.

È tempo di ricreare comunità attorno ai ragazzi:
assemblee, laboratori, gruppi di parola, ascolto, presenza fisica.

5. Il vecchio tra i giovani come testimone

Tu puoi farlo, Ciro.
Perché hai vissuto, amato, sofferto.
Perché conosci la fragilità.
Perché hai guardato negli occhi generazioni di bambini e ragazzi.
La tua voce è credibile.
Non sei un moralista: sei un testimone.

Racconta ai ragazzi che anche tu sei stato piccolo.
Che anche tu hai tremato.
Che anche tu hai sbagliato.
Ma che hai imparato che le parole fanno. Le parole salvano.

E adesso? Adesso si ricomincia.

Non con la censura.
Non con la caccia al colpevole.
Non con i titoli urlati.

Si ricomincia dal punto esatto in cui tutto si è rotto:
le parole.

Se ridiamo corpo alle parole, ridaremo corpo anche ai ragazzi.
Se ridiamo dignità al linguaggio, ridaremo dignità ai loro gesti.
Se curiamo le parole, cureremo il mondo.

E forse, un giorno, entrando in un bagno di scuola, non troveremo più una lista di violenza.
Troveremo una frase semplice, tenera, piena di futuro.

E capiremo che quella guerra che credevamo perduta
l’avremo trasformata in educazione, comunità, umanità

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