Le quattro giornate (sanitarie) di Napoli

Ho ascoltato #Roberto#Fico ieri, mentre parlava di sanità a Napoli e in Campania.

Oggi, da #giornalista di strada e da dicasi diversamente malato, il mio quadro me lo sono fatto anch’io: camminando, aspettando, fotografando. E adesso grido con la #penna e con #Fotografia#Vagabonda al cuore della mia Napoli, della mia Campania e di tutto il Sud che vive la malattia e la cura in modo differenziato, altro che le caricature sui “quattro sbandati” della Lega.

Le #Quattro giornate di Napoli furono un’insurrezione popolare: fra il 27 e il 30 settembre 1943, gente qualunque, civili e militari, riuscirono a liberare la città dall’occupazione tedesca, pagando con la vita, ma restituendo a Napoli la dignità e una medaglia d’oro al valor militare. Gli Alleati, entrando il 1° ottobre, trovarono una città che si era liberata da sola, con il coraggio di un popolo allo stremo.

Oggi non ci sono carri #armati nelle strade, ma ci sono altre occupazioni: liste d’attesa che sembrano reticolati, reparti appesi con lo #scotch, corridoi dove si marcia avanti e indietro in fila per una visita. E allora le mie “quattro giornate di Napoli” sono queste: quelle viste da un #giornalista di strada diversamente malato, con in mano una macchina fotografica e un foglio #A4#scotchatato sulla porta di un ambulatorio di #Ematologia, a raccontare che il Sud non è un’invenzione folkloristica, ma un fronte vero, oggi, qui.

@LE QUATTRO GIORNATE DI UN FOGLIO #A4

#Scotchatura indecorosa su una porta d’ospedale – #clowneria della sanità al Sud

Sulla porta di una stanza di ospedale, dove lavora una grande ematologa, non c’è una targa.

Non c’è un pannello decente, un’insegna, un segno di rispetto.

C’è un foglio A4.

Stampato in fretta, infilato nel porta-fogli plastico, appiccicato al muro con una banda di nastro marrone, di traverso.

Una #scotchatura: cerotto di plastica al posto di una struttura, toppa al posto di un progetto.

Potrebbe essere la porta di uno sgabuzzino, e invece è l’ambulatorio in cui ogni giorno si combatte contro malattie del sangue, diagnosi pesanti, vite appese a un emocromo.

Potrebbe essere il retrobottega di un magazzino, e invece è il luogo dove si decide se la vita avrà ancora una cura, una possibilità, una speranza.

Questa porta è già un articolo.

Un titolo muto, fotografato, che grida senza voce: indecenza, disattenzione, disuguaglianza.

DUE ITALIE SU UNA PORTA

In un’altra Italia – quella che chiamiamo Nord – lo stesso ambulatorio avrebbe una targa d’ottone, una parete di vetro opalino, una grafica studiata, magari anche un totem elettronico.

Qui, al Sud, il nome di una specialista di valore è consegnato a un A4 tirato via dalla stampante e bloccato alla meglio con lo scotch.

La nostra sanità pubblica sembra dire: “tanto basta che funzioni”.

Ma funziona su chi?

Su medici ed infermieri che resistono, che tappano buchi come quello nastro adesivo sulla porta.

Su pazienti che vagano nei corridoi cercando un’indicazione, una scritta, qualcuno che li chiami per nome.

La scotchatura non è un dettaglio: è un linguaggio.

Dice che tutto è provvisorio, che nulla è davvero riconosciuto, che l’eccellenza non merita neppure una targa dignitosa.

LE NOSTRE NUOVE “QUATTRO GIORNATE”

Napoli ha avuto le sue Quattro Giornate, contro l’occupazione nazista.

Oggi le nostre giornate sono altre, silenziose ma non meno violente:

• la giornata dell’attesa infinita in un corridoio;

• la giornata del viaggio della speranza verso Nord per una visita che qui non si sa quando farai;

• la giornata del treno notturno, con il sacchetto dei farmaci in mano;

• la giornata del ritorno, con la sensazione di vivere in un’Italia di serie B.

Le nuove barricate non sono i sanpietrini, ma le liste d’attesa.

I nuovi posti di blocco non sono militari, ma sportelli chiusi e CUP intasati.

I nuovi partigiani sono i medici e le mediche che ogni mattina riaprono ambulatori arrangiati, con computer vecchi, sedie spaiate, porte segnate da una scotchatura.

L’URLO NEL CORRIDOIO

Io questo cartello lo vorrei portare in Parlamento, nelle Regioni, nelle direzioni generali:

“Guardate, eccellenze:

questa è la vostra eccellenza appesa con lo scotch.

Questa è la vostra sanità pubblica al Sud: una scotchatura al posto della progettazione, una clowneria al posto del rispetto.”

Vorrei gridarlo come un urlatore dei giornali a via Toledo:

“SANITÀ A DUE VELOCITÀ!

VENITE A VEDERE LA SCOTCHATURA!”

Perché questo è: una forma di discriminazione che non passa dai decreti ma dai muri scrostati, dalle porte anonime, dai reparti tenuti in piedi dalla buona volontà di pochi.

E mentre noi denunciamo, la grande ematologa continua a visitare, leggere esami, consolare.

Lei ha un dottorato in resistenza e una laurea in umanità, ma il suo nome resta prigioniero di un foglio A4.

NON BASTANO GLI EROI, SERVE NORMALITÀ

Il punto è questo:

non ci servono altri eroi da mettere sui post.

Ci serve normalità.

Normalità significa avere, al Sud come al Nord:

• reparti dignitosi, riconoscibili, rispettati;

• percorsi di cura che non costringano a emigrare;

• targhe vere, non scotchature, per chi ogni giorno regge il peso della malattia degli altri.

Le nostre nuove Quattro Giornate di Napoli potrebbero partire proprio da qui:

da una porta qualunque, da quella scotchatura che oggi fa ridere amaramente e domani dovrebbe farci vergognare.

Perché un Paese che si dice civile si misura così:

da come tratta i suoi malati,

da come rispetta chi li cura,

da quanto è disposto a togliere lo scotch provvisorio per costruire finalmente una casa comune della salute.

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