L’ANTROPOLOGO DEL VICOLO E LE KESSLER
(per Vicoli & Memorie)
di Ciro Scognamiglio – Antropologo del Vicolo 18novembre2025
#Hannah #Arendt, che considero una guida discreta e severa, scriveva che l’essere umano non nasce per morire, ma per cominciare.
È nella natalità, più che nella morte, che misuriamo la forza del nostro stare nel mondo.
Eppure, ogni tanto, apparizioni pubbliche trasformano la fine della vita in uno spettacolo di libertà. Le sorelle #Kessler, icone di un’Italia che correva verso la modernità, hanno deciso di morire insieme attraverso il suicidio assistito. Un gesto che ha colpito molti, e che per altri è sembrato persino affascinante nella sua simmetria: sono nate insieme, se ne vanno insieme.
Ma l’antropologia del vicolo ci impone una distanza.
Non verso le persone, che meritano rispetto, ma verso la risonanza culturale del gesto.
#Arendt ci direbbe: attenzione.
Quando la morte diventa un racconto estetico, rischia di entrare nella vita dei giovani come un’idea potente ma sbagliata: che la libertà si misuri nella capacità di scomparire, invece che nella capacità di restare.
Le #Kessler non sono modelli, né per la morale né per l’etica della responsabilità.
Sono un caso umano e culturale: due donne che fuggirono dalla rigidità della Germania dell’Est, che sfidarono un mondo che voleva imporre loro perfino il colore delle calze, e che costruirono la propria identità nell’immagine, nello spettacolo, nel gesto sincronizzato.
Quella stessa immagine oggi si ripropone nell’uscita dalla vita, come se la forma dovesse essere rispettata fino all’ultimo respiro.
Ma noi, #Vecchi del #Vicolo, sappiamo che la vita non si regge sulla simmetria.
Si regge sulla responsabilità: verso chi ci è accanto, verso i figli che guardano, verso il tempo che ci è dato.
E sappiamo che la libertà non è onnipotenza.
Non è dominio del corpo come oggetto, non è premere un interruttore quando la scena si fa pesante o il dolore non rientra nel copione.
La nostra antropologia, quella dei cortili, delle scale consumate e delle passioni di quartiere, ci insegna che ogni vivente – dalla cellula alla pianta, dal gatto randagio al vecchio seduto sul gradino – condivide la stessa legge della natura: soffrire, resistere, cambiare forma senza abbandonare la vita.
È qui che entra Arendt, ancora una volta:
la libertà vera è stare nel mondo, non abbandonarlo.
È “iniziare”, anche quando sembra tardi.
È dire ai giovani: la vostra vita vi appartiene, ma non come proprietà privata; vi appartiene come compito.
Le #Kessler, forse senza volerlo, portano nel nostro presente una domanda:
la scelta di morire insieme, così perfetta e senza crepe, è un atto di crescita o un ritiro?
Un esempio o un segnale della fragilità contemporanea, che confonde autonomia e spettacolo?
Io non #offro risposte.
Offro solo la mia voce, da antropologo del vicolo, che non si lascia incantare dai gesti definitivi né dalle libertà che cancellano se stesse.
Ai giovani della nostra terra dico questo: la vita non va imitata, va custodita.
Non guardate alle uscite di scena, guardate ai passi che restano a terra, quelli che fanno storia, non teatro.
La libertà più grande non è lasciare, ma lasciare qualcosa.
E questo, Arendt lo sapeva bene: è solo vivendo – anche faticando, anche tremando – che si inaugura un mondo possibile.
FUORITEMPO- sempre il tempo di vivere – noi dobbiamo fare scelte per assistere chi soffre, non lasciare soli e decidere di farla finita – è un #fuotitempo complesso ma la mia voluta autorevolezza acquisita ai mie 72anni mi ha lasciato il compito di capire anche cosa possa essere il dolore

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