Il Predicatore dell’Indifferenza: fuori dalle bugie, Napoli non si fa comprare

Napoli 18novembre2025

Occhiello: Dalla parte di chi ha voce e di chi non ne ha: la nostra scelta non è mai neutrale.
Sottotitolo: le storie dei giovani feriti e la retorica urlata dei palchi politici, il confine è netto: da una parte c’è la vita, dall’altra la propaganda.

EDITORIALE

Noi —nelle redazioni libere, nei vicoli dove le storie arrivano prima del clamore — ogni giorno facciamo una scelta precisa: diamo voce a chi non ha voce.
Raccogliamo i racconti dei giovani che hanno il cuore pieno di doni ma anche di ferite, ferite che il mondo preferisce ignorare.
Mettiamo in onda ciò che altri nascondono: la fragilità, la speranza, la fatica, la dignità.

Facciamo questo da anni, con un impegno che non conosce palchi, né microfoni, né applausi.
Lo facciamo perché crediamo che un Paese si misura da come ascolta gli ultimi, non da come applaude i primi.

E forse per questo, quando assistiamo allo spettacolo della politica che recita, non restiamo in silenzio.

Il comizio dell’assurdo

A un certo punto, durante il suo comizio a Napoli, Matteo Salvini ha toccato l’apice del delirio retorico.
Ha afferrato il microfono e, come un predicatore dell’indifferenza, ha recitato senza nemmeno arrossire:

“Se arrivi a Napoli e inizi a dire che non ti piace come vivono qua, come si vestono le nostre donne, e non ti piace San Gennaro, e basta col calcio, e non ti piace il presepe, e non ti piace Gesù Bambino… allora fuori dalle pa*le, torna a casa tua: non ci mancherai.”

È un passaggio che ha dell’epico — in senso comico, non certo eroico.
Perché a pronunciarlo è lo stesso uomo che per anni ha insultato Napoli ai raduni leghisti con cori tipo:

“Senti che puzza… stanno arrivando i napoletani.”

E quello che scriveva:
“Napoli… Italia… boh.”

Il vero miracolo, però, è stato vedere una parte di piazza applaudirlo.
Applaudire chi li aveva derisi per decenni, mentre ora si improvvisa difensore delle tradizioni napoletane.

È come farsi spiegare la dieta da chi mangia porchetta a colazione.

Noi, da che parte stiamo

Da questa scena si capisce una cosa:
non è Salvini il problema — è il Paese che non distingue più la realtà dal teatro.

Noi, invece, distinguiamo.
Noi che raccontiamo le storie dei fragili, degli adolescenti spezzati, dei giovani che resistono alla violenza invisibile dell’indifferenza.
Noi che camminiamo accanto a chi nessuno vede.
Noi che scegliamo ogni giorno di stare dalla parte della vita e non del rumore.

Noi sappiamo che figure come Luca Trapanese — uomo del servizio, della cura, della dignità — non parlano dai palchi: agiscono.
E proprio per questo diventano bersagli.
Perché chi fa dà fastidio.
Chi cura smaschera chi predica senza toccare mai la realtà.

L’epilogo: la guerra delle parole

L’indifferenza è una malattia sottile.
Inizia con frasi buttate lì.
Cresce con stereotipi.
Diventa politica.
Poi diventa “ordine”.
E la storia ci ha insegnato, sulla pelle delle nostre famiglie — e delle mie in particolare — dove porta quando nessuno la ferma.

Oggi non ci sono forni.
Oggi c’è la guerra delle parole.

Parole che dividono.
Parole che spaccano.
Parole che costruiscono muri invisibili ma solidissimi.

Ed è questo che Salvini porta sui palchi:
una guerra combattuta non con armi ma con slogan, non con logica ma con rancore, non con responsabilità ma con indifferenza.

Ma Napoli — quella vera — non si compra.
Non si addomestica.
Non si fa fregare da un sermone improvvisato.

 #Fuoritempo – ipocrita!

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