Editoriale

“Le parole sono pietre.”

Il richiamo, antico ma attualissimo, questa settimana è risuonato con forza dopo quanto accaduto alla Camera dei Deputati, trasformata per ore in un’arena di urla, accuse e insulti. Una scena che ha superato i confini del dibattito politico per diventare un caso culturale ed educativo.

L’aula come uno stadio

La seduta è degenerata quando il ministro dell’Istruzione Valditara ha accusato le opposizioni di “strumentalizzare i femminicidi”. Da lì: proteste, grida, l’uscita dall’aula, sospensione della seduta.

In mezzo al caos, una domanda si impone:

che cosa capiranno i ragazzi da uno spettacolo simile?

Il Parlamento discute di educazione affettiva con toni che smentiscono ciò che pretende di insegnare.

Un Paese che si divide su tutto

Il confronto politico è diventato un muro contro muro permanente.

La maggioranza difende il provvedimento; le opposizioni lo contestano; la Lega frena e poi cambia posizione; le famiglie si dividono.

Intanto la realtà è un’altra:

– violenza sulle donne in crescita;

– disagio giovanile in aumento;

– natalità ai minimi storici;

– educazione sessuale assente o lasciata al caso.

Risuonano così le parole di Gino Cecchettin, padre di Giulia:

“La prevenzione si fa nelle scuole.”

Parlamento o piazza?

La politica italiana è in campagna elettorale permanente.

I toni restano alti, spesso altissimi.

La premier attacca nei comizi e in aula; le opposizioni rispondono.

Risultato: il Parlamento assomiglia sempre più a una piazza esasperata.

E la piazza, a sua volta, imita il Parlamento.

Le pietre che feriscono

Il problema non è solo la rissa verbale, ma ciò che essa comunica.

Agli studenti, ai giovani, alle famiglie.

Se la politica dà il peggio di sé, come può chiedere alla scuola di educare al rispetto, alla non violenza, alla responsabilità?

Come si può parlare di educazione affettiva mentre si lanciano parole che sembrano pietre?

La responsabilità del ruolo

In un sistema democratico non è semplice identificare chi abbia iniziato per primo — e come ha osservato qualcuno, “le responsabilità sono ampiamente condivise”.

Ma chi governa, per mandato istituzionale, ha un dovere in più:

la sobrietà del linguaggio e del comportamento.

Conclusione

La parola del giovedì è PIETRE.

Perché ciò che abbiamo visto non è solo scontro politico, ma il segno di una società che tende all’autocombustione.

Se le parole sono pietre, chi le lancia deve sapere dove colpiscono.

E oggi a essere colpiti sono soprattutto loro:

i ragazzi, gli osservatori più silenziosi e più fragili del nostro tempo.

Il direttore

Ciro Scognamiglio

Lontani La Traversata

#PIETRE – La parola del giovedì 13 novembre 2025

Editoriale

“Le parole sono pietre.”

Il richiamo, antico ma attualissimo, questa settimana è risuonato con forza dopo quanto accaduto alla Camera dei Deputati, trasformata per ore in un’arena di urla, accuse e insulti. Una scena che ha superato i confini del dibattito politico per diventare un caso culturale ed educativo.

L’aula come uno stadio

La seduta è degenerata quando il ministro dell’Istruzione Valditara ha accusato le opposizioni di “strumentalizzare i femminicidi”. Da lì: proteste, grida, l’uscita dall’aula, sospensione della seduta.

In mezzo al caos, una domanda si impone:

che cosa capiranno i ragazzi da uno spettacolo simile?

Il Parlamento discute di educazione affettiva con toni che smentiscono ciò che pretende di insegnare.

Un Paese che si divide su tutto

Il confronto politico è diventato un muro contro muro permanente.

La maggioranza difende il provvedimento; le opposizioni lo contestano; la Lega frena e poi cambia posizione; le famiglie si dividono.

Intanto la realtà è un’altra:

– violenza sulle donne in crescita;

– disagio giovanile in aumento;

– natalità ai minimi storici;

– educazione sessuale assente o lasciata al caso.

Risuonano così le parole di Gino Cecchettin, padre di Giulia:

“La prevenzione si fa nelle scuole.”

Parlamento o piazza?

La politica italiana è in campagna elettorale permanente.

I toni restano alti, spesso altissimi.

La premier attacca nei comizi e in aula; le opposizioni rispondono.

Risultato: il Parlamento assomiglia sempre più a una piazza esasperata.

E la piazza, a sua volta, imita il Parlamento.

Le pietre che feriscono

Il problema non è solo la rissa verbale, ma ciò che essa comunica.

Agli studenti, ai giovani, alle famiglie.

Se la politica dà il peggio di sé, come può chiedere alla scuola di educare al rispetto, alla non violenza, alla responsabilità?

Come si può parlare di educazione affettiva mentre si lanciano parole che sembrano pietre?

La responsabilità del ruolo

In un sistema democratico non è semplice identificare chi abbia iniziato per primo — e come ha osservato qualcuno, “le responsabilità sono ampiamente condivise”.

Ma chi governa, per mandato istituzionale, ha un dovere in più:

la sobrietà del linguaggio e del comportamento.

Conclusione

La parola del giovedì è PIETRE.

Perché ciò che abbiamo visto non è solo scontro politico, ma il segno di una società che tende all’autocombustione.

Se le parole sono pietre, chi le lancia deve sapere dove colpiscono.

E oggi a essere colpiti sono soprattutto loro:

i ragazzi, gli osservatori più silenziosi e più fragili del nostro tempo.

Il direttore

Ciro Scognamiglio

Lontani La Traversata

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