IRRISIONE – Ma facciamo i seri!
Scritto da Ciro Scognamiglio, scrittore di strada e giornalista,
e da Pasquale Caputo, scrittore di strada con le cose non risolte e urlatore in formazione (alla scuola di musica dell’#Urlo — sta diventando qualcuno, a furia di imparare dal vecchio “munchiano”).
**FUORITEMPO – NOI NON FACCIAMO I MERICANI:
Nel vicolo, non abbiamo pistole finte alla cintura,
non spariamo slogan a raffica come in un film di John Wayne,
non facciamo i duri da telecamera.
Noi facciamo i monelli.
Con le mani sporche di vita,
le ginocchia sbucciate dalla verità,
e la lingua che sa parlare in due modi:
la strada e la dignità.
E da qui, da questo “fuoritempo”,
guardiamo il Parlamento trasformato in pugilato,
la politica diventata sceneggiata,
la scuola ridotta a bersaglio,
e i giovani che, poveri loro, osservano tutto
e ci “pareano addosso” —
perché gli adulti non sono più adulti.
Monelli stanchi, ma ancora vivi
Io e Pasquale ci guardiamo e ce lo diciamo sempre:
Ma facciamo i seri!
Perché cosa dovrebbero fare i giovani
se non ridere di noi,
dei nostri inciampi,
delle nostre ipocrisie,
delle nostre paralisi?
Siamo stanchi, sì.
Ma non siamo spenti.
Abbiamo ancora la voce del vicolo,
e quella non si spegne.
Farisei e faruisei
Come si diceva nel ’54, quando la fame ti insegnava la teologia meglio del catechismo:
i farisei pregavano forte ma amavano poco.
Oggi sono risorti nei talk show,
nei corridoi ministeriali,
nelle dirette social fatte a petto gonfio
e responsabilità smarrita.
Sono “mappazzoni ipocriti”,
faruisei di nuova generazione,
che parlano di valori ma dimenticano le persone.
E i giovani?
Gli scappano via.
Con ragione.
Il Parlamento come un punchball
La scena dell’aula di questi giorni è stata un piccolo capolavoro di vergogna:
parole come pietre,
insulti come cori da stadio,
ministri che entrano, sparano, escono,
opposizioni che reagiscono,
presidente che richiama,
e il Paese che guarda.
Ma la domanda è semplice:
cosa imparano i ragazzi?
Che il dialogo è inutile.
Che si vince urlando.
Che si governa sbeffeggiando.
E intanto, l’educazione affettiva diventa arma politica,
la scuola campo di battaglia,
i docenti bersagli facili,
i genitori schierati a caso,
e i giovani, gli unici interessati davvero,
restano fuori dalla porta.
La vita che non insegnano a scuola
Io, Ciro, figlio di padre “nessuno” e di madre ebrea non praticante,
morta con papà quando avevo dodici anni,
ho imparato la fede e il rispetto
da due maestri che non hanno mai avuto cattedra:
la strada e il dolore.
E poi ho scritto il mio viaggio — 40 anni e una barca.
E l’altra sera a Nola ho dato il libro al ministro.
Ministro,
se lo leggevi quella notte — 100 pagine, non di più —
forse non ti saresti tirato a cazzotti col mappazzone dell’opposizione.
Perché la cultura disarma.
Semina capitozza.
Fa crescere.
Pasquale, fratello ferito
Pasquale Caputo,
che a nove anni aveva già conosciuto l’ingiustizia,
lo ha scritto nel suo libro Maltrattati dalla giustizia.
E allora diciamola questa cosa:
come si educa un Paese se non si sana il dolore che esso stesso ha creato?
Pasquale è un monello vero:
ferito, sfrontato, lucido.
Uomo che ha imparato a urlare solo quando ha capito
che il silenzio non lo ascoltava nessuno.
Il Paese in campagna elettorale permanente
Siamo diventati un Paese che vota ogni giorno
e non decide mai nulla.
Un Paese che vive di sondaggi,
di proclami,
di fili tesi tra propaganda e paura.
E intanto il 50% non vota più.
E i giovani non ci credono più.
E il Presidente della Repubblica resta l’unico adulto nella stanza.
E allora…
Noi non facciamo i mericani.
Noi facciamo i monelli.
E forse dovremmo tornare tutti a esserlo,
perché il monello ha un pregio che il politico ha dimenticato:
dice la verità.
Che piaccia o no.
Firme
Già Preside Professore Ciro Scognamiglio
Pasquale Caputo – Tecnico di logistica
ma soprattutto: FRATELLI MONELLI
la vignetta finale anni ’30 con #NOI due monelli e i libri in mano.



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