DAL DECUMANO MINORE
La palla al centro: quale realtà è l’Italia?
C’è un punto del Decumano Minore dove le voci si incrociano e nessuno ha più paura di dire la verità. È un luogo che non si vede nelle mappe ma esiste, sta tra un vicolo e un mercato, tra un ricordo e un dubbio. Da lì guardiamo l’Italia del presente, questa Italia che si specchia e non si riconosce.
È qui che nasce la domanda che oggi metto al centro del campo, come un pallone pesante che nessuno vuole calciare: che Italia abbiamo costruito e quale Italia ci sta guardando?
Perché c’è un momento, prima o poi, in cui lo specchio non rimanda più la nostra immagine, ma quella dei giovani che ci chiedono conto. E quel momento è adesso.
La palla al centro: quale realtà è l’Italia?
C’è un mercato generale, disegnato appena, con le cassette vuote e un cartello storto che recita “Italia sociale saldo permanente”. È una metafora, certo, ma anche un autoritratto nazionale. In primo piano, un gruppo di vecchi di spalle, cappellino basso e iniziali AU sulla giacca, come a dire “Anziani Uniti”, o forse solo “Antichi Umani”. Davanti a loro, uno specchio. Non riflette le loro rughe, i loro passi lenti, le loro guerre dentro. Nello specchio vediamo dei giovani. Facce dritte, sguardi tesi, parole che colpiscono come pietre:
Siete sicuri di quello che avete costruito per il Paese Italia?
Vi specchiate… ma vedete noi.
Quelli che eravate voi.
Cosa avete combinato?
Ecco, partiamo da qui: uno specchio che non mente, ma soprattutto non consola.
Intolleranza o isolamento?
Siamo in un Paese dove tutti gridano all’intolleranza, ma nel frattempo viviamo una forma di isolamento generalizzato, non geografico ma morale.
Siamo isole?
O abbiamo scelto noi di isolarci dagli altri, chiudendo il ponte levatoio delle responsabilità?
E soprattutto: chi sono i complici di questo silenzio?
La volatilità del consumo e delle idee
Il consumo non è più un termometro; è una febbre.
A destra si difende il difendibile a prescindere.
A sinistra nessuno nomina più l’indifendibile.
Gli scandali ricordano il vecchio Novecento, che continua a bussare alla porta come un parente che non vuole andare via.
Il grande nodo: come lo spieghiamo ai giovani?
Come si fa a raccontare questo presente ai ragazzi, quando ciascuno si sente proprietario della verità?
È difficile persino scrivere un fondo, immersi come siamo tra fuffa e fuffosità.
Partecipazione: parola svuotata
Il voto non infiamma più.
La partecipazione è diventata un esercizio debole.
Molti credono che non votare sia una forma di soluzione, quando invece è la consegna delle chiavi di casa a chi passa.
Una società sbilanciata
Il Paese avrebbe bisogno di equilibrio, ma cammina storto.
Il governo tiene per tre anni tra affinità simulate.
Nel frattempo nel sindacato si apre l’ennesima frattura, tra inclusioni sospette e auto-esclusioni frettolose.
La responsabilità dei comunicatori
Noi della comunicazione abbiamo il dovere di offrire un quadro chiaro, non un mosaico rotto.
Se non restituiamo al popolo la visione d’insieme, le elezioni regionali diventeranno l’ennesimo capitolo della stanchezza civile.
La politica parla con rabbia
Oggi la politica parla più con la rabbia che con la ragione.
E se il consenso nasce dalla rabbia, la comunità evapora.
Il nodo della premier
La premier spesso parla alla propria metà del Paese, non all’intero Paese.
E non si governa parlando solo ai propri, soprattutto quando c’è uno sciopero in corso.
Il rischio d’isolamento del sindacato
Siamo oltre gli anni ’70 e la partita non è quella.
La CGIL oggi rappresenta un pezzo del blocco sociale PD–5 Stelle.
Il referendum di giugno lo ha mostrato bene: un tentativo di costruire una maggioranza sociale alternativa.
Il problema è che rischiamo non l’unità, ma la sovrapposizione tra politica e sindacato.
La palla è di nuovo lì: ferma, al centro. Nessuno può dire “non tocca a me”.
Un Paese non muore quando sbaglia, ma quando smette di riconoscersi, quando i vecchi parlano da soli e i giovani parlano nel vuoto.
Lo specchio del nostro disegno non è una vignetta: è un referto civile.
Il futuro ci sta guardando e non gli piacciamo granché.
Se non abbiamo più il coraggio di spiegare ai giovani cosa abbiamo fatto e perché, almeno abbiamo il dovere di ricominciare a spiegare a noi stessi chi vogliamo essere.
Il resto sono scuse, fuffa, rumore.
E l’Italia, Ciro, di rumore ne ha già abbastanza.
FUORITEMPO _ CHI VOGLIAMO ESSERE!

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