#RIFLESSIONE DI UNA #COMUNITÀ IN #CAMMINO
Con Don #Vittorio#Zeccone e i ragazzi in ascolto
di Ciro Scognamiglio
(Pianura, 4 ottobre – Festa di San Francesco)
Nel giorno del Santo Francesco, e nella terra del Santo Russolillo, #CANONIZZATO il 15 maggio 2011 da Papa Francesco, come #Loro che più di ogni altri seppero camminare leggeri nel mondo, il Giardino d’Arte di Pianura si è trasformato ancora una volta in uno spazio d’incontro, di ascolto e di fede condivisa.
Attorno a Don Vittorio Zeccone, teologo e parroco, si è raccolta una piccola comunità in cammino — giovani e meno giovani, voci nuove e memorie antiche — un cerchio umano dove la parola si è fatta esperienza e il silenzio, accoglienza.
Erano presenti Teresa De Giulio, Grazia Vernillo, Giusy Topo, Antonio Di Maio, Enzo Nugnes, Antonio Longobardi; la musica di Luciano Restucci ha dato respiro ai pensieri, mentre Crescenzo Basso ha curato con sensibilità il suono e l’eco delle #emozioni… e tutta la COMUNITA’ di Pianura #CHIANURA Recanati del Sud – a detta dello scrivente.
E tra loro anch’io, il sottoscritto, un “diversamente giovane” che ancora crede — forse ostinatamente — nella forza della parola e nel valore del servizio.
La fede che scende sulla terra
Don Vittorio ha parlato di una fede che non si rifugia, ma si compromette.
Una Chiesa povera tra i poveri, capace di “sporcarsi le mani” per non tradire il Vangelo.
«La Chiesa vive – ha detto – solo quando serve. Solo quando si lascia ferire dal dolore del mondo e continua a credere nella resurrezione possibile di ogni uomo».
In quelle parole, la filosofia e il Vangelo si sono toccati. Nietzsche e Francesco, l’abisso e la speranza.
La “morte di Dio”, spiegava Don Vittorio, non è solo un grido disperato, ma una domanda aperta: dove ritroviamo Dio, quando non lo riconosciamo più nelle istituzioni, nei riti, nei dogmi?
Forse – suggeriva – proprio nell’altro, nel perdono, nel gesto semplice della giustizia che ricuce invece di dividere.
La voce di Rosaria: ferita e fede
Poi, nel silenzio attento del giardino, ha preso la parola Rosaria, madre di uno dei due ragazzi uccisi dalla camorra, Paolo e Gigi.
C’erano anche i genitori, seduti accanto, come radici vive di un dolore che non finisce ma si trasforma.
Rosaria ha parlato con la forza mite di chi ha attraversato l’irreparabile: «Il male ci ha straziati – ha detto – ma nella fede abbiamo trovato un cammino. Non per dimenticare, ma per riparare. Riparare vuol dire restare umani, non cedere alla vendetta, credere che la giustizia di Dio è più grande della nostra rabbia».
Quelle parole hanno attraversato il cerchio come vento buono.
Hanno dato volto concreto a ciò che Don Vittorio insegnava: la giustizia che ascolta non è teoria, è carne viva.
È il perdono che non cancella, ma riconcilia.
È la fede che non consola soltanto, ma ricostruisce.
Il Giardino come parabola
Il Giardino d’Arte non è stato solo lo scenario, ma la parabola di tutto questo: luogo aperto, soglia tra cielo e terra, tra fede e cultura civile.
Un albero che continua a crescere e a unire.
Lì l’arte diventa preghiera, la parola si fa comunità, e la comunità diventa casa di tutti.
Un vecchio giovane in ascolto
Io, diversamente giovane, ho provato a restare in ascolto.
Ho guardato le parole scendere come pioggia buona: le riflessioni di Teresa e Grazia e Giusy, il sorriso vigile di Antonio, la tenacia di Enzo.
E poi la voce di #Rosaria, che ci ha insegnato cosa significhi davvero riparare nella fede.
E la voce di Don Vittorio, che non predica ma accompagna, che non alza il tono ma semina.
Alla fine è rimasta una certezza semplice: che la fede, come l’arte, non è un rifugio ma una partenza.
E che ritrovarsi, ancora una volta, nel Giardino d’Arte — tra amici, pensieri e speranze — è già la Messa del Signore di domani.
Una Messa che comincia oggi, nella strada e nel cuore di chi crede che servire è vivere.
#Fuoritempo :- in cerca di Pace e Servizio alla Comunità!


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