Il dito medio di Greta Gumber

di Ciro Scognamiglio, per Lontani la Traversata #01ottobre2025addC

Il gesto corre veloce sulle onde, anzi sulle fibre ottiche della rete globale: una giovane ambientalista, la Greta di turno, che espone il dito medio dal bordo di una barca a vela in direzione dei palestinesi, o degli israeliani, o di chiunque si trovi a essere il nemico del momento. Un gesto semplice, infantile, ma che diventa icona, segno politico, addirittura “missile” simbolico. E allora ci chiediamo: cos’è davvero questo dito medio? Un atto di ribellione? Una provocazione adolescenziale? O il sintomo di un’epoca che ha sostituito la riflessione con lo scatto fotografico e il messaggio urlato?

Viviamo un tempo in cui la comunicazione precede l’azione. Prima si fa il gesto, poi si spiega, o si lascia spiegare agli altri. Prima si scatena il clamore, poi si cerca il significato. Greta Gumber – come la chiamano i social, già trasformata in marchio da meme e vignette – sembra appartenere a quella generazione che non ha ereditato il peso della storia, ma il potere dell’immagine. E il rischio, enorme, è che un gesto simbolico cancelli la profondità di una tragedia, quella che si consuma tra Gaza, Israele e il Mediterraneo.

Perché è da lì che parte questa storia: una flottiglia che porta soccorso, con le sue vele, le sue navi civili, i suoi attivisti. Una sfida aperta a uno dei nodi più esplosivi del nostro tempo. Una sfida che richiama alla mente episodi antichi e recenti: i kibbutz e l’Israele pionieristico, i ritiri unilaterali, le guerre infinite, la speranza sempre disattesa di due popoli che possano vivere uno accanto all’altro. E nel mezzo, il mondo intero che osserva e giudica, sempre pronto a dividere i buoni dai cattivi, i giusti dai barbari, senza mai fermarsi a pensare che la storia non è bianca o nera, ma fatta di ombre, di compromessi, di sofferenze stratificate.

Il dito medio di Greta non è un atto di pace, e non è nemmeno un atto di guerra. È il segno dell’inadeguatezza. Perché nel momento in cui servirebbero parole nuove, coraggio politico, diplomazia creativa, e soprattutto compassione vera, arriva un’immagine che semplifica tutto, riduce tutto a una rabbia adolescenziale. Una smorfia che non sa di costruzione, ma solo di rifiuto.

Eppure, non è solo colpa della ragazza di turno. Il problema è di una generazione cresciuta senza mediazioni, convinta che essere “cani sciolti” sia di per sé un valore. Ma i cani sciolti già ci sono, e non hanno la leggerezza degli adolescenti: stanno a Mosca, a Washington, a Pechino, a Teheran, a New Delhi, e decidono con i missili veri, non con le dita alzate. A loro non serve esibire il gesto: loro fanno parlare i bombardieri, le sanzioni, i mercati.

E allora che senso ha il dito medio? Forse è il grido di chi si sente impotente e prova a dire al mondo “non sono con voi”. Forse è il modo ingenuo di rifiutare un ordine ingiusto. Ma resta il dubbio che questo rifiuto non cambi nulla, se non i like di un post, i titoli di una giornata, il rumore effimero della rete.

Noi, che veniamo da storie più lunghe, che abbiamo letto libri e visto crollare muri, sappiamo che la pace non nasce da un dito alzato ma da mani tese, da dialoghi difficili, da compromessi che bruciano. Ai nostri giovani giornalisti lo diciamo chiaro: diffidate dei gesti facili. Guardate dentro la storia. Leggete i nomi, i volti, i lutti, le ragioni di chi sta da entrambe le parti. Perché il giornalismo non è imitare l’ira dei social, ma scavare nella verità nascosta sotto le superfici.

La flottiglia che solca il Mediterraneo non è una sfilata di influencer: è una prova di dignità civile. Chi vi partecipa rischia molto più di una figuraccia. Rischia la vita, o la prigionia, per affermare un diritto che dovrebbe essere universale: portare pane, acqua, medicine a una popolazione assediata. In questo gesto c’è un senso che supera il simbolo adolescenziale di Greta.

E noi, qui da Lontani la Traversata, diciamo che la responsabilità vera non sta nelle mani di una ragazza con il dito alzato, ma nei governi, negli stati, nei leader che ancora non trovano il coraggio di costruire pace. Non basta indignarsi, non basta insultare. Serve pensare, progettare, educare.

Chiudo con una domanda ai nostri lettori più giovani: volete essere la generazione del gesto o la generazione della parola? Perché un dito medio svanisce in un secondo, ma una parola giusta può cambiare il corso della storia.

#PLR99NOI!

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