E pur Dorma! Io legato al verricello dell’elicottero!

DAL #DECUMANO D’ESTATE – Lettera aperta al Paese in panne, in panneggio, in panico, in pizza e in pantano
Piazzola di #SOSTA – 18 luglio 2025
È estate, ma non svegliatelo. Dorma pure il Belpaese, steso in una piazzola d’asfalto che puzza di sosta forzata e benzina evaporata. Io, invece, sto qui: legatto – sì, con due “t”, ché la grammatica è saltata col caldo – al verricello dell’elicottero del 115 VIGILI del FUOCO, a mezz’aria tra la resa e il soccorso, tra l’andare e il restare, tra l’illusione del volo e il fango che chiama giù.
Siamo un popolo fermo col motore acceso, in panne sul viadotto dell’attesa. Panneggiati come statue barocche, in panico per un futuro che non bussa più, mentre la pizza (fredda) ci fa compagnia e il pantano ci tiene in ostaggio.
Io scrivo da un Decumano dove l’asfalto cuoce i pensieri, e i vicoli sudano memorie. Una lettera aperta, sì. Come un finestrino bloccato giù dal caldo. Come una bocca che non ha più voglia di urlare. Come una coscienza che tenta ancora – ostinata – di parlare.
Auguri, Domani 19°, a Te, gioia mia che compi gli anni.
Sono in Italia per te, e ritornerò per il compleanno dell’erede.
Lo so, a volte vi infastidisce – questo mio dire pubblico, questa condivisione così aperta – ma la mia gioia la divido con il mondo, perché WE PA (we the people?) e Nonno è anche un po’ di tutte e tutti.
Voglio farlo capire: anche io vivo di piaceri umani, di gioie e dolori.
Sì, dolori.
Perché un corpo senza dolori non ha vissuto.
Ho imparato – lentamente – a liberarmi del passato senza cancellare la memoria.
Le ferite se ne vanno, o si fanno leggere, ma ciò che non accade in una vita può avvenire in un istante – e quando accade, co-avviene, si intreccia con altro, con altri.
I problemi forse non si risolvono del tutto, ma si superano.
Ma lasciatemelo dire – e lo scrivo con voce chiara dal mio Decumano –
i nostri delegati alla vita pubblica,
quelli che dalla Costituzione in poi si alternano nei palazzi,
non hanno fatto altro che i politici.
Punto.
Non sono stati né padri né madri del popolo.
Molti sono ipovedenti, ipoacusici –
non per malattia, ma per scelta.
Zoppi no, quelli no –
l’unico libero, edotto, camminatore della zoppia sono io,
e come direbbe il vicolo:
“Aqua, niscun è fess!”
CIROSCO99 #scrive, decolla e non decolla, dal terrazzo del pensiero libero, dove l’aria è sottile e i “cabasisi” sono pieni.
Siamo in attesa di un passaggio ad ovest, ma pare che il west non esista più: l’hanno venduto a Elon Musk in cambio di un abbonamento premium su Marte. Siamo in transumanza daimondiana, erranti con i piedi nei vicoli e la testa nei satelliti, a chiederci perché certi popoli hanno tutto e altri il vuoto negli occhi, eppure tutti restano senza ascolto, anche se la banda larga prometteva libertà.
Ma dorme il mondo, e pur dorma.
E dorme come dorme una Repubblica fondata sulla parola “FORSE”.
Il paese è complesso – dice Parisi, premio Nobel – ma ancora più lo è il paese reale, quello che ascolta i talk e si domanda se siamo in diretta o in delirio, quello dove le parole sono pietre spaccate e fumo da piazza, dove le ferie non bastano e la rabbia è sempre online.
Le ferie… le mie ferie…
Interrotte da notizie scadute, da politici con lo stesso lessico del bar dello sport. E allora mi dico: perché non facciamo come i pastori sardi? Silenzio, vento e formaggio.
Altro che le bandiere garrite a “druat” e a “gosc”, che suonano come scuse da burattinai.
Il popolo è il “bacarino” del gossip momentaneo, diceva zio Gennaro sotto il ponte della Sanità, mentre oggi diventiamo cavalli in corsa verso la fessura delle urne, ma che fine ha fatto la scheda della coscienza?
Sono scatole da Amazon o da Manzoni, che, a pensarci bene, ci aveva già ammonito: fatta l’Italia, dobbiamo rifare i neuroni.
Nel mentre, sento le voci…
Non quelle della coscienza, ma quelle dell’informazione impastata.
Uno parla di PDF mousse schiacciato a sinistra,
un altro dice che Decaro e Giani sono i nostri eroi dell’inciucio,
poi Gaza brucia, la sacra famiglia sotto le bombe,
e l’Europa dorme più del mio cane al sole d’agosto.
E io, che dovevo stare in ferie,
sto col verricello in terrazzo ad aspettare mio figlio – ingegnere del fuoco – che mi tira su per farmi evadere dall’assistenza agli attempati che ancora pensano.
Morale? Nessuna.
Solo una richiesta: dateci un nuovo linguaggio,
non parlateci più di “interesse nazionale” senza conoscere il significato della parola cura.
Non diteci “riforma” se non sapete cos’è una vita da riformare.
E per favore, basta cabasisi.
Basta parlare per non dire,
basta dormire con le luci della TV accese e la coscienza spenta.
Qui dal Decumano, sotto un sole che non perdona,
aspetto il prossimo passaggio a ovest.
O almeno un po’ di verità.
Anche in saldo.
(scrivente non redento, in corsa con la follia e il buon senso)
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