VATICANISTA Professore Antonio Izzo
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Don Peppino Diana: Il Martire della Legalità e della Speranza in Terra di Lavoro
Casal di Principe (CE)
Don Peppino Diana nacque a Casal di Principe il 4 luglio 1958 da Jolanda e Gennaro. Aveva solo 36 anni quando fu ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994, mentre si accingeva a celebrare messa, un gesto che mirava a silenziare una voce scomoda e potente. Ma, come recitavano gli striscioni portati al suo funerale dai giovani da lui educati, “Ti hanno ucciso, don Peppino, ma non potranno mai uccidere le idee che tu ci hai donato”.
La figura di Don Peppino Diana, emerge con forza e chiarezza: un sacerdote “genuino, autentico, credibile”, un “cultore della Parola” che ispirava i giovani, un “cultore dell’accoglienza e della solidarietà” che si adoperava per i più fragili, come i numerosi immigrati della provincia di Caserta, per i quali stava costruendo una “bella casa di accoglienza”. Soprattutto, era un “cultore della legalità”, che portava il “vigore morale” nella sua chiesa, frequentata da tantissimi giovani.
Il suo impegno contro la criminalità organizzata si concretizzò in maniera emblematica nel documento “Per amore del mio popolo”, redatto a Natale del 1991 insieme ai valorosi parroci della forania di Casal di Principe e diffuso in tutte le chiese della zona. Questo testo, divenuto simbolo della lotta contro il clan dei Casalesi, esprimeva una profonda “preoccupazione” per le famiglie dilaniate dalla Camorra, sentendosi i sacerdoti “segno di contraddizione” di fronte a tale scempio.
Il documento denunciava la Camorra come una forma di terrorismo che impone le sue leggi attraverso la violenza: estorsioni, tangenti sui lavori edili, traffici illeciti di droga che creano “schiere di giovani emarginati e manovalanza per le organizzazioni criminali”. Non solo, ma evidenziava anche le “precise responsabilità politiche” nel disfacimento delle istituzioni civili, che hanno permesso alla Camorra di infiltrarsi a tutti i livelli, riempiendo un “vuoto di potere dello Stato” caratterizzato da corruzione e favoritismi.
L’appello di Don Diana e degli altri sacerdoti era chiaro: l’impegno profetico di denuncia dei cristiani “non deve e non può venire meno”. Si chiedeva alle Chiese di impostare “coraggiosi piani pastorali” e ai sacerdoti di “parlare chiaro nelle omelie”, affinché la denuncia e l’annuncio potessero produrre “nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà e dei valori etici e civili”.
La visione di Don Peppino Diana fu profondamente influenzata dal suo vescovo, Raffaele Nogaro, un pastore che anticipò di decenni le linee pastorali di Papa Francesco, scegliendo una Chiesa “ferita, sporca” per le strade, difensore degli oppressi e degli abbandonati. Nogaro fu l’unica autorità religiosa e morale a respingere costantemente le calunnie contro Don Diana, subendo anche egli critiche e isolamento per la sua coerenza.
Il martirio di Don Peppino Diana è una “sorgente di risurrezione”, un esempio di come si possa dare la vita “per amore dei fratelli amando integralmente Cristo”. Egli incarnava la santità dell’Ultimità (portare i pesi degli altri), del Proletariato, dell’Amore del Prossimo e del Dono della vita. La sua uccisione da parte della Camorra, che rappresenta “il nichilismo della humanitas voluta da Cristo” e “l’odio di Caino contro il fratello”, ha trasformato Don Peppino nel “crocifisso” che porta la resurrezione in Terra di Lavoro.
Oggi, a distanza di anni, la memoria di Don Peppino Diana continua a essere un “segnaletica di Gesù che passa di nuovo sulle nostre terre”, un richiamo costante per una Chiesa libera, coerente, e un faro di giustizia e libertà in territori martoriati dalla criminalità. La sua testimonianza rimane un monito e un invito a non tacere, “per amore del mio popolo”.
Antonio Izzo

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