M U S I C A
Tra poche ore, riflettori e musica si accenderanno anche sul mio terrazzo con vista sull’oceano di Pianura. Quelle note, potenti e inquiete, #copriranno persino lo #sciacquettio delle onde che da sempre mi fanno compagnia. E io, ancora una volta, mi chiedo: perché?
FONDO – VASCO, LA VITA CHE CANTA. DALLO STADIO MARADONA ALL’UMANITÀ CHE RESISTE
Io ti chiedo: perché?
di CIROSCO99 – dal Maradona, il 16 e poi 17 giugno 2025
Ho dato fastidio, oggi, ma c’ero. Un diversamente giovane – lucido, folle, “#nessuno” – fuori dallo Stadio Maradona, mentre migliaia cantavano Vasco. L’agente del traffico mi ha guardato strano: “Chi è questo che dall’auto fa domande ai ragazzi?”. Poi mi ha riconosciuto. Sono uno che ancora si chiede dove andremo. E soprattutto: perché Vasco, a 73 anni, ci parla ancora? Perché ci crede ancora? E noi, che mondo stiamo lasciando ai ragazzi che a Gaza non arriveranno nemmeno a compiere 9 anni?
#Fu la prima domanda che gridò al cielo. #Vasco#Rossi aveva solo nove anni quando vinse un concorso canoro. Ne ha oggi settantatré, con sessantaquattro anni di parole cantate addosso, e ancora urla quella stessa domanda dal palco di uno stadio pieno: “Perché?”.
Siamo fuori al #Maradona di #Napoli, tra migliaia di volti e storie che convergono qui, da ogni parte d’Italia. Due serate di un tour che inizia da questa città d’amore e di contraddizioni. E mentre nel mondo cadono bombe e a Gaza, in Ucraina, tra i comunisti persiani e altrove, alcuni bambini non arriveranno mai a compiere nove anni, Vasco canta ancora. Resiste. Non si limita a far rumore: racconta, accoglie, consola. Grida anche per chi non ha più voce.
Perché Vasco? Perché non è un cantante: è un testimone. Un antropologo del dolore e della speranza. Un uomo che ha saputo portare sulla scena il caos interiore e i chiaroscuri dell’animo umano senza filtri, senza maschere.
CHI È VASCO
Vasco nasce a Zocca, nel 1952. È figlio di Novella e di Giovanni Carlo, marito di Laura Schmidt, padre di tre figli. È alto 1,73 ma giganteggia sopra le folle. È cresciuto con la musica nel sangue, ha fondato il suo primo gruppo a 14 anni, e nel 1978 lancia il primo album: Ma cosa vuoi che sia una canzone. Da allora, niente è stato più lo stesso.
Il suo percorso artistico è una cronaca esistenziale collettiva. Ha scritto “Jenny è pazza”, “Silvia”, “Un senso”, “Portatemi Dio”, e molti altri inni moderni in cui ognuno ha trovato un frammento di sé. Vasco non ha mai voluto essere un maestro, e proprio per questo è diventato guida. Parla all’uomo che cerca, all’uomo che cade e si rialza, che urla e si interroga.
Si racconta : da Famiglia Cristiana -UNA CATECHESI LAICA, UN DIO CERCATO TRA LE NOTE
C’è stato chi ha osato leggere i testi di Vasco come strumenti di catechesi: un gruppo di ragazzi a Milano, accompagnati da educatori coraggiosi, ha parlato di Dio con le parole di Un senso, Gli angeli, Manifesto futurista. Hanno discusso di libertà, fine della vita, senso dell’esistenza. Nessuno è andato via prima di mezzanotte. Perché? Perché Vasco non offre risposte prefabbricate, ma apre domande. E per i giovani, spesso è più importante trovare le giuste domande che avere risposte imposte.
C’è chi lo ha accusato di essere ateo. Ma Vasco è un ateo che interroga Dio. Che lo chiama, lo sfida, lo invoca. È l’uomo di Giobbe, che non accetta il dolore come sentenza, ma lo scaglia in alto in cerca di luce.
UN’ANTROPOLOGIA DEL VISSUTO
Le sue canzoni sono un viaggio nella condizione umana: la depressione, la voglia di vivere, l’amore sbagliato, la rabbia civile, la solitudine. Vasco canta la vita quotidiana come nessuno. Non è un moralista. È un fratello maggiore che ha sbagliato, ha amato, ha sofferto, e oggi, con la voce un po’ più roca ma intatta nella verità, si mette ancora in mezzo alla folla e canta con lei.
Il suo è un linguaggio del corpo e del cuore. I suoi concerti sono pellegrinaggi laici. Il Maradona di Napoli si trasforma in un altare della speranza e della resistenza emotiva. E fuori dallo stadio, nelle botteghe come quella di Antonio Imperiale a Pianura, ci si racconta tra un taglio di barba e un pensiero, perché Vasco è anche lì, in quelle parole che nascono dal basso.
IL SENSO DI UNA VITA CHE RESISTE
Allora, io ti chiedo: perché?
Perché a 73 anni, Vasco riesce ancora a far cantare insieme tre generazioni? Perché il suo “vivere al massimo” non è un inno all’edonismo, ma un disperato atto d’amore verso la vita che scappa, che non si capisce, ma si deve vivere comunque? Perché nel suo urlo esistenziale c’è un abbraccio collettivo?
Vasco è la testimonianza vivente che l’uomo, anche se rotto, anche se stanco, anche se tradito, può ancora amare, ancora cantare, ancora cercare un senso.
E forse, a modo suo, lo sta ancora trovando. Con noi.
CIROSCO99 – Lettere dal Decumano Minore
Dalla piazza, dalla bottega, dal popolo che ascolta e canta. Con Vasco. Nonostante tutto.
N.B. ASCOLTATELI – loro raccontano – IO ASCOLTO – fuori tempo –ancora meravigliato – si Cantava allora : Vita Spericolata! Ma-! Non so di quale vita cantiamo oggi!

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