Il Popolo dal Decumano Minore – Siamo Storia, non solo Vicoli. Il Papa che il Mondo (non) Merita

di CIROSCO99 7maggio2025

Le chiacchiere stanno a zero.

Mentre il mondo brucia tra India e Pakistan che si affacciano sull’abisso di una guerra nucleare, tra Gaza e Ucraina lacerate, e tra oligarchie armate che portano missili invece di fiori, a Roma si apre un conclave. Ma di cosa parliamo davvero? Di cardinali papabili o di un’umanità che rischia di cancellarsi da sola? Di fumate bianche o di un mondo che non riesce più nemmeno a fermarsi a riflettere?

Il decano del collegio cardinalizio, Giovanni Battista Re, lo ha detto chiaro: “Il mondo ci guarda”. Ma il mondo oggi è cieco. E noi, popolo dal basso, dal Decumano Minore, gente tra la gente, ci chiediamo: siamo ancora capaci di guardare in alto?

Il toto-Papa corre. Qualcuno dice Pizzaballa. Un frate, un francescano, un uomo che ha scelto di farsi ostaggio per i bambini, non per ideologia ma per amore. Uno che sa che “fede e potere non vanno d’accordo”. E se fosse davvero lui, oggi, la voce di una Chiesa che risale dai crateri della storia?

Ma attenzione: un Papa non si sceglie per il gesto eroico di un giorno, ma per la profezia che può accendere. Oggi ci serve un Papa che non si accontenti di restare sul trono di Pietro, ma che torni sul confine del mondo, tra le macerie delle coscienze. Uno che parli ai cuori spenti, che scenda nei buchi neri del pianeta – in quei luoghi dove i cannoni ruggiscono e i bambini tacciono per fame o per paura.

E allora ci ritorna alla mente Viterbo 1268-1271, il conclave più lungo della storia. E Napoli, che fu sede papale sotto Carlo d’Angiò. Sì, Napoli! Non siamo solo folclore e vicoli: siamo memoria storica viva, siamo Celestino V, siamo il sogno di un eremita molisano che parlava col vento e con Dio. E oggi? Oggi possiamo ancora portare profezia nella Chiesa?

Il mondo si interroga e noi, dal Sud del mondo che è anche Sud della Chiesa, rilanciamo una domanda scomoda: che senso ha un conclave se fuori da San Pietro l’uomo ha smesso di essere umano? Se i bambini contano solo quando sono “nostri”? Se la guerra ha più legittimità del perdono?

Abbiamo bisogno di un Papa che guardi all’ultima cellula del mondo. Che sappia dire “noi” anche ai popoli invisibili. Che scavalchi il Vaticano per abitare il dolore. Che riporti Cristo non nei codici canonici ma nei gesti umili. Che gridi, come i profeti antichi: “Dove sei, uomo? Che cosa abbiamo fatto della nostra umanità?”

Un Papa che sia pontefice, non principe. Che si inchini davanti all’Altro e non davanti ai poteri. Che non abbia paura di sporcarsi le mani – né con la polvere delle periferie né con le lacrime dei popoli traditi. Che sia Papa anche per chi ha perso la fede ma cerca ancora la speranza.

Oggi forse ci sarà il “botto bianco”. Ma la vera fumata che attendiamo non è quella che annuncia un nome: è quella che deve ancora salire dal cuore del mondo, un cuore carbonizzato da secoli di ingiustizie. Vincerà la logica del potere o quella della croce?

Noi dal Decumano Minore, cane sciolto della storia, scriviamo con DNA antico e lo sguardo lungo. Non abbiamo voti né voti cardinalizi. Ma abbiamo memoria e fame di giustizia. E siamo il popolo – non di un conclave, ma di un’umanità ancora capace di amare.

Che succederà?

FUORITEMPO – Un’umanità ancora capace di amare!

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