Compagni, non siate giudici: la pace non è una bandiera
di CIROSCO99 – Lettere dal Decumano Minore
Ho visto un gesto che mi ha ferito. Una turista, forse ebrea, forse semplicemente straniera, apostrofata con disprezzo: “sionista”. Un insulto mascherato da ideologia. Un atto indegno, di solitudine travestita da militanza.
Sì, il sionismo è un movimento politico e ideologico, nato alla fine del XIX secolo in risposta all’antisemitismo europeo. È vero: sostiene la creazione e il mantenimento di uno Stato ebraico in Israele. Ma usare la parola “sionista” come insulto per colpire una persona, senza sapere nulla della sua storia, della sua coscienza, dei suoi dolori, è un gesto che ci riporta indietro. Molto indietro. Troppo.
La storia ci insegna che nei momenti bui, quando tutto sembrava perduto, c’erano uomini e donne di ogni popolo: cinesi, russi, americani, italiani. Eravamo tutti lì, a scrivere – o subire – la storia. Ma la deportazione, l’Olocausto, i treni piombati, i campi di sterminio… Quelli non sono opinioni. Sono fatti. Fatti che ancora oggi chiedono rispetto, memoria, umiltà.
Io la pace la pronuncio piano, la cammino, la cerco nei volti. Non nei conclavi di parte. Non nelle tifoserie ideologiche che dividono il mondo tra “noi e loro”, “i giusti e i colpevoli”, “chi ha ragione e chi deve tacere”.
La pace non è una bandiera.
È uno sguardo che incontra l’altro senza cercare un colpevole.
È un pane spezzato, non una bandiera agitata.
È un silenzio che ascolta, non un urlo che giudica.
Per questo, avrei voluto che in quel momento, tra la turista e chi l’ha apostrofata, ci fosse stato un mediatore di pace. Qualcuno che capisse che non era tempo di schieramenti, ma di comprensione. Perché ogni volta che ci arroghiamo il diritto di giudicare “chi sta con chi”, ci dimentichiamo che si è davvero liberi solo quando si lasciano libere anche le idee.
Mio padre fu deportato. Vissuto senza madre — forse ebrea — e senza bandiere. Non conosceva le parole d’ordine, non sapeva cosa fosse una divisa. Eppure fu marchiato, isolato, caricato su un treno. Sopravvisse. E mi insegnò che non si serve per vivere, ma si vive per servire.
Oggi, chi si è schierato in difesa della ristoratrice e dei lavoratori coinvolti in quell’episodio, ha fatto bene. La loro dignità va riconosciuta. Ma resta il nodo: non possiamo più cadere nella trappola dell’appartenenza come arma.
Io sono anziano e stanco. Non ho più voglia di costruire palazzi, né ideologie. Cerco speranza. Cerco perdono. E so che il vero nemico non è l’altro, ma la mia incapacità di capire.
Chiedo scusa se le mie parole possono aver ferito qualcuno. Ma ciò che mi muove non è giudicare, è costruire ponti. Ho superato la fase in cui scendevo in piazza con una piccola bandiera montata su una percola per difendere e attaccare. Ora, il mio unico vessillo è una finestra che guarda sull’oceano.
Compagni, amici, fratelli del pane: il Decumano non è finito. Né minore, né maggiore. Le nostre strade si incrociano ancora. Spaccanapoli, Pasquale Scura, la chiesa dei Sette Dolori. Ma io, i miei dolori, li porto da solo. Cane sciolto.
Fuoritempo. Fuori dalle tifoserie, ma dentro alla pace.

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