DAL #DECUMANO#MINORE 22 aprile 2025 #Fotografia#Vagabonda

QUALE PAPA AVREMO, E QUALE PAPA SI ASPETTA IL POPOLO?

di Ciro Scognamiglio – Uomo di fede e del popolo, giornalaio-giornalista di strada

Oggi ci ritroviamo in un momento sospeso. Papa Francesco – amato e odiato – ha lasciato i suoi ultimi segni, entrando con decisione, anche scomoda, nei temi caldi della comunicazione e della coscienza collettiva. Non si è tirato indietro. Non ha usato parole accomodanti. Ha scelto il linguaggio diretto, dell’uomo tra gli uomini, sapendo che il nemico ti ascolta, ma che l’avversario, se non lo temi, può anche cambiare.

Il Conclave si avvicina.

Saranno 135 i cardinali elettori. Di questi, 108 sono stati nominati da lui. Ma non sono “#bergogliani“: sono uomini liberi, scelti perché operano tra i popoli, nelle periferie, con rispetto per le antropologie locali. Francesco non ha mai scelto #cloni, ha scelto #servitori.

Accanto a loro, 22 cardinali creati da Benedetto XVI e 5 da Giovanni Paolo II. I numeri parlano: 20 nordamericani, 53 europei, 23 asiatici, 4 dell’Oceania, 18 africani, 17 sudamericani. Un conclave più globale che mai.

Ma chi sceglierà il nuovo Papa? La Chiesa o la politica?

L’”imperatore” di oggi – l’oligarca del mondo – vorrà dire la sua. Come nel 2005, quando Bergoglio fu silurato nonostante Martino avesse chiesto ai cardinali: “Lo conoscete questo gesuita argentino?”. Un terzo dei voti non bastarono, ma la storia gli diede ragione nel 2013.

Il conclave sarà complesso.

Si aprirà dopo il novendiale, i nove giorni di lutto e preghiera. Ma più che di elezione, dovremmo parlare di discernimento: perché oggi sono 73 i cardinali “dal mondo”, contro i 48 “di Curia” del passato. È un’altra Chiesa.

Il rischio è che il prossimo Papa sia frutto di compromessi e non di profezia. Che la restaurazione prenda il posto della rivoluzione evangelica. Che si cerchi un “pontefice simbolo”, più utile agli imperatori che ai poveri.

Francesco ha rotto gli schemi.

– Tecnico chimico di formazione, prestato alla teologia e alla filosofia.

– Autorevole, radicale ma inclusivo.

– Ha portato la Chiesa dentro la realtà, non sopra.

– Ha parlato a Dio in piazza, durante il Covid.

– Ha toccato i temi scomodi: gender, lavoro, pace, povertà, preti sposati, donne con responsabilità.

Un Papa che ha scelto il fare, non solo il dire.

Francesco ha portato la Chiesa a Gaza, a Lampedusa, a Cutro. Ha denunciato senza retorica. Ha parlato ai carcerati: “Perché loro e non io?”

Ha tolto le parate, ha indossato il #poncho, ha lasciato il palazzo per la pensione di Santa Marta.

Ma cosa resterà di lui?

Due croci nella sua stanza, forse destinate a una teca o a un magazzino. E un Sinodo aperto fino al 2028: sarà proseguito o svuotato?

Il rischio è reale:

– Che il nuovo Papa sia un uomo di apparato.

– Che la donna torni ad essere serva del monsignore.

– Che la voce dei poveri venga silenziata.

– Che le riforme si chiudano nel cassetto, come avvenne per la povertà della Chiesa discussa già a Nicea 1700 anni fa e solo ora riaperta.

Ma noi? Noi siamo la successione.

Noi, che non votiamo, che forse non andiamo più in chiesa.

Ma che ancora chiediamo:

– Una Chiesa che unisce?

– Una Chiesa che non si fa impero ma serve?

– Una Chiesa che profuma di pecora e non di incenso di potere?

Oggi piangiamo. #Domani?

Che non sia solo un atto il conclave, ma un cammino.

Un cammino di memoria e profezia.

Un cammino dove l’ultima parola non la dica l’imperatore, ma lo Spirito.

E se torneremo in catacombe, pazienza: le pietre parlano più dei palazzi.

#FUORITEMPO – le pietre parlano più dei palazzi!

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