
LA STRADA
IL CASO di MARTINA ORPELLI
Di Ciro Scognamiglio #28marzo2025
Oggi, a 72 anni, non credo più alle logiche terrene. La vita è nelle nostre mani.
Da giovani si prendono strade, spesso senza sapere dove porteranno. Eppure, ogni strada è destinata a condurci a un bivio, un momento in cui la scelta non è più solo un impulso o un’illusione, ma diventa responsabilità. Scegliere significa abbracciare una direzione e poi lottare per esserci dentro fino in fondo, senza rimpianti, ma con la consapevolezza che ogni scelta ha il suo prezzo.
Per me, il desiderio di una fitness evolutiva è stato chiaro sin dall’inizio: non un semplice adattamento fisico, ma una crescita interiore che trascendesse la fede dogmatica, pur senza rinnegarne l’essenza. La fede, in un certo senso, mi ha corretto quando mi ero infilato in un vicolo cieco: la lotta uomo a uomo, l’illusione che il cambiamento passasse solo dallo scontro diretto, dalla rivoluzione visibile. Forse nulla è cambiato del tutto, perché ancora oggi si lotta per la giustizia. Ma ho compreso che la vita non è solo battaglia: è bioetica, è responsabilità, è l’opportunità di costruire un senso dentro e oltre il tempo che ci è dato.
Eppure, rimane in me un interrogativo che da sempre mi inquieta: perché, in un sistema solare così vasto, esistiamo solo noi bipedi con questa coscienza? È una domanda che mi tiene sospeso tra scienza e fede, tra il desiderio di risposte razionali e la percezione di una dimensione altra, che non si lascia ridurre a formule o statistiche.
Non sono “bicotto”, anzi, è proprio il tempo a darmi una visione più matura della fede. Più che mai, sono convinto che i sacerdoti dovrebbero avere una famiglia. Forse è stato questo pensiero a impedirmi di diventare monaco. Ma questa, come dico sempre, è un’altra storia.
Oggi eccepisco che se la mia fede è “altra”, essa mi induce a un atto di speranza metafisica, non allo sviluppo di una trascendenza forzata. Credo nell’immanenza della vita, ma non nella sua riduzione a un criterio di “decoro”. Nella foresta la natura segue il suo corso, mentre l’uomo abbatte l’albero malato per estetica, non per la salvaguardia della specie.
Voglio essere #solidale alla vita. Noi uomini “#altri” dovremmo donarci alla sofferenza con un cuore presente. Ho imparato che non si “#abbatte” chi è fragile: lo si accompagna, lo si sostiene. Al #Cottolengo di Torino ho visto che non si eliminano i focomelici, ma si offre loro assistenza spirituale, che vale più di quella materiale.
La richiesta di #morire spesso nasce dal peggiore dei mali: sentirsi soli, inutili, dimenticati. Ma la sofferenza è vita. Affermarlo è difficile, ma l’uomo è anche uomo di speranza. Per questo non posso convenire con una scelta che, sebbene scientificamente giustificata, nega la possibilità di dare un senso anche alla sofferenza.
Il caso di Martina #Oppelli mi colpisce profondamente. Il Tribunale di Trieste ha rigettato la sua richiesta di suicidio assistito, nonostante il suo stato di salute fosse chiaramente compromesso. L’azienda sanitaria, pur riconoscendo la necessità di trattamenti vitali, ha stabilito che questi non costituiscono un vero “sostegno vitale”.
Ancora una volta si conferma quanto lunga sia la strada verso l’eutanasia. Viviamo in un Paese che, tra bigottismo e arretratezza, fatica a trovare un equilibrio tra dignità della vita e libertà di scelta.
Un abbraccio di sostegno a Martina e alla sua famiglia. Purtroppo, io non posso fare di più che manifestare la mia solidarietà e la speranza che noi possiamo essere altro: una comunità capace di assisterci reciprocamente con leggi speciali in cui l’umano sia tutelato nelle sue fragilità. Certo, non con l’accanimento terapeutico, ma neppure eliminando il problema attraverso l’eutanasia.
Perché non creare centri di speranza invece di spendere trilioni in armi, mentre ci abbattiamo l’un l’altro per decidere chi è padrone del mondo? Non dovremmo piuttosto essere tutte e tutti padroni della vita, riconoscendone il valore in ogni sua forma, anche quando le nostre potenzialità sono diverse?
Non sono convinto che un mondo costruito dagli uomini per la guerra e per l’eutanasia possa essere la soluzione ai nostri mali. La vera risoluzione non sta nel distogliere lo sguardo, ma nel non lasciare mai solo il malato e la sua famiglia. La fede è speranza? Forse sì. Ma ancora più grande della fede è la responsabilità di non abbandonare chi soffre.
Fuoritempo _ del Tempo della Vita
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